Vi siete mai svegliati con la sensazione che tutto quello intorno a voi sia fuori posto? Non intendo quella malinconica sensazione di essere al di fuori della propria età ma piuttosto quel vuoto dentro lo stomaco che vi ricorda che qualcosa è andato perso. Vi siete mai svegliati con una domanda a cui non sapete dare una risposta?
Del tipo «dove ho lasciato la macchina?» o un più filosofico «dove cazzo mi trovo stamattina?»
Questo genere di domanda. L’avete mai avuta?
Stamattina era questo quello che sentivo, non la solita sensazione di aver perso i migliori anni dietro a sogni irrealizzati ma piuttosto che qualcosa di reale e tangibile non fosse più al suo solito posto. Non avrei potuto dire se fosse qualcosa di inanimato come potrebbe essere l’ennesimo accendino perso o, piuttosto, una persona vicina che improvvisamente se ne fosse andata. Era troppo presto per rendersene conto ed ancora non avevo dato risposta al «dove sono?».
È bastato aprire le serrande per ricordarmi che ero riuscita a tornare a casa da sola, ogni volta che raggiungo questo traguardo mi compiaccio. Guardandomi allo specchio mi rendo conto che ogni volta che ho questo pensiero sorrido; non cerco nessuna rivalsa verso nessuno quando mi trovo nel letto qualcuno conosciuto la sera prima.
Non cerco né vendetta né compiacimento. Ho voglia di sesso e l’unica cosa che mi innervosisce in tutto questo è aver bisogno di rendere la mia testa ed i miei pensieri più leggeri. Far volare via quello che penso è come far volare via il mio essere.
Non sono di certo la preda più ambita nel buffet del sesso, da qualsiasi lato mi si guardi sono piacevole, bella ed alle volte irraggiungibile, il che aumenta il fascino e la voglia di portarmisi a letto. Lo penso ogni volta che mi guardo allo specchio prima di uscire. Non perdo molto tempo davanti lo specchio a truccarmi, lo perdo a guardarmi. Mi piaccio. Mi farei e mi faccio tutti i giorni. Non sarò una bellezza da copertina ma ho un culo che fa voltare ogni persona oltre a questi occhi che mi fanno pensare «Ciao bella, dove vai?» ogni volta che mi saluto prima di uscire di casa.
E quindi eccomi qui a casa mia, in slip e senza reggiseno seduta sul bordo del letto a chiedermi quale sia l’ultimo ricordo dopo essere arrivata al bar ed aver salutato tutti.
Una birra piccola, la Mari che mi chiede del tipo che ho conosciuto sabato. Battute sul suo cazzo, sorrisi abbracci e un brindisi al funghetto che ha avuto la fortuna di vedermi nuda.
Quindi, cicchetto di vodka e fuori a fumare. Non ero in forma per essere lunedì, avevo passato tutta la domenica sul divano con i postumi del sabato sera e le schizzatine secche sulle tette di come si chiama. Ho trovato il coraggio di farmi una doccia solamente nel primo pomeriggio nonostante essermi alzata ed aver cacciato cazzetto alle dieci del mattino. Una martedì di mal di testa ed insonnia.
La risposta a cosa è questa sensazione si manifesta in un reflusso gastro esofageo che mi costringe a stare seduta davanti alla tazza del water per venti minuti, o nella mia testa ore, in cui sono stata costretta a fare i conti con: il mio stile di vita commisurato all’età, la mia età commisurata al mio stile di vita, ragionamenti ai quali non si arriva mai allo stesso risultato anzi in molti casi uno esclude o confuta l’altro, il bisogno del mio fisico ad una dieta più equilibrata soprattutto per quanto riguarda la scelta dei liquidi. Ho provato a fare questo discorso con le mie amiche cercando spalle che mi avessero sorretto nella scalata alla sobrietà, ho trovato solo battute ed battute più o meno velate su quello che avrei dovuto ingoiare. Ci vogliamo bene e nonostante tutte queste parole fibre, vitamine e proteine non mancano mai sulla mia tavola, mi vanto di essere un’ottima cuoca (vedi culo da sturbo), ma soprattutto la lotta con la mia memoria nel ricordare come sono tornata a casa, cosa ho fatto a casa e soprattutto cos’è che non c’è.
Cos’è questa zona buia fatta di strazio che mi attanaglia da stamattina?
Al terzo conato ricordo che prima di tornare a casa mi sono bevuta un ultima vodka (la quinta credo), due tiri di Amnesia e dritta a letto. Questo è l’ultimo pensiero «dritta a letto».
È quello che ho fatto evidentemente. Con tutta probabilità zigzagando sono arrivata fino a casa. Venti minuti a piedi in situazioni normali. Quindici o quarantacinque a seconda delle assunzioni serali.
Ho scritto a qualcuno? Mi riprometto di controllare il telefono appena potrò alzarmi da terra e riuscirò a guardare in alto o in basso senza vomitare.
Non posso più sbronzarmi così. Non posso stare seduta davanti alla tazza del mio cesso a ripensare a cosa potrei o non potrei aver fatto la sera prima, non posso continuare ad andare avanti così. Ogni volta che faccio questi ragionamenti mi attanaglia la rabbia. Penso a quello che potrebbe pensare la mia famiglia ed il pensiero è verso a tutto quello che voglio io non quello che potrebbero pensare, volere, immaginare, desiderare per me perché so che ‘me’ in realtà è ‘io’ e non riferito a questo bel faccino su questo bel corpicino ma è piuttosto un «io se fossi tu avrei voluto…», «fossi stata così carina adesso sarei…», «la tua testa è sprecata sul tuo corpo. Al posto tuo sarei…».
La rabbia sale e penso sempre che non sarete mai neanche se lo voleste con tutto il cuore come me.
Ed ecco il sesto conato di vomito in cui rivedo la galletta di riso trovata in bagno accanto alla spazzola e l’odio, uniti in quello che ricorda un pentagono di uno splendido color grano e scaricato vortica velocemente verso le fogne della città.
Non è questo. Quella rabbia ce l’ho, è sempre stata con me e continua a starmi accanto. L’ho sentita tenermi la mano prima di addormentarmi alle volte, è sempre qui. Non l’ho persa.
Il più delle volte cerco di calmarmi pensando che quello che sono e quello che ho intorno non è la semplice e facile realtà è qualcosa di più grande a cui devo in qualche modo abituarmi a vivere. Penso che vivo per qualcosa di più grande della mia stessa vita, penso che la mia vita sia eterna e che questo è solo un passo verso il vero compimento del mio essere. Qualunque esso sia.
Alle volte penso di sapere già come andrà a finire, ho la sensazione che le mie azioni siano state già compiute e posso percepirne l’infinito ed in quel momento mi rendo conto che posso passare attraverso quello spazio e quel tempo cambiandone il corso semplicemente facendo un altro gesto o più drasticamente un’altra scelta.
Tante situazioni così famigliari, tanti volti e tante voci in qualche caso non sono solamente parte della mia crescita. Sono qualcosa o qualcuno di cui già conosco la forma e la vibrazione, una profonda convinzione e consapevolezza di non essere un’onda nello spazio ma un nodo.
Non sono qui da tanto tempo eppure sono qui da sempre. Molto di quello che vedo mi sembra di averlo già vissuto in un altro tempo alle volte ma in molti casi uguale a come l’ho già vissuto. In quei momenti penso che sto sbagliando. Un deja-vù è un bellissimo errore, mi fa sentire come se stessi continuando ad avvolgermi in questo nodo su cui non ho controllo. Sento il bisogno di districarlo e la paura di scoprire che anche qualcun altro riesce a fare quello che riesco fare e sale la paura di poter scoprire che in realtà solamente io posso legare lo spazio ed il tempo.
Ed ecco le vodke insieme al settimo conato di vomito, e sento di nuovo salire il buon senso in me, oltre che la piena coscienza di me.
Riesco ad alzarmi in piedi, il mio volto è ricoperto di lacrime dovuto allo sforzo, respiro con affanno dalla bocca. Mi appoggio al lavandino, testa bassa a sputare mentre l’acqua del lavandino scorre. Avvicino le labbra all’acqua, tiro fuori la lingua e la lascio lì. L’acqua scorre fino a gelare le mie papille gustative, ne prendo un sorso e mi sciacquo la bocca, sputo e mi guardo allo specchio. Ho gli occhi rossi per lo sforzo e non riesco a calmarmi. Mi sciacquo i polsi e mentre fisso i miei occhio comincio a piangere, lavo via le lacrime con sapone contro le impurità e acqua tiepida. Respiro, poggio i polsi sul lavabo e avvicino il viso all’immagine nello specchio.
«Ci conosciamo noi due?»
lo dico ad alta voce e mi scappa da ridere.
Ripenso al viaggio che ho fatto per riuscire ad alzarmi da terra e raggiungere il lavandino e rido perché ripenso a qualcosa che mi ha attraversato la mente dopo la prima vomitata ovvero che avrei dovuto lavare i pavimenti. Lo avrei dovuto fare il prima possibile perché mi porto a casa gente che anche se scopa da dio non riesce a non fare un merdaio quando va a pisciare. Scema io che sto lì ad aspettarli toccandomi le labbra.
Rido e guardo dietro di me verso il water e penso che dopotutto ho avuto serate e pavimenti peggiori.
«Ridi perché ti sei ricordata che ci siamo già conosciuti o perché è effettivamente la stessa situazione, lo stesso momento e la stessa emozione che provi in questo momento quella che hai avuto tutte le volte che ci siamo presentati?»
È gennaio, la finestra è aperta a vasistas, sono le undici del mattino è un martedì nuvoloso per quanto sia riuscita a vedere, ho bevuto, ho fumato. Non più del solito né meno. Con più razionalità si. Ho cenato prima di uscire ma evidentemente non ha avuto effetto. Non sono stata in un luogo sconosciuto in cui avrebbero potuto servirmi cocktail con ripnol, non ho mai avuto la sfortuna di esserne vittima ma credo che me ne accorgerei la mattina dopo. Oppure no ed è proprio quello che è successo.
Ferma calma. Non hai sentito nessuna voce che diceva qualcosa riguardo voi. Te lo sei inventata, sorrido non ho il coraggio di guardare lo specchio. Quello che avevo o non sentito veniva da lì. Rimasi per qualche secondo tesa con i polsi bel piantati sul bordo del lavandino e la schiena tesa come la testa di un arpione il mento era quasi appoggiato allo sterno e gli occhi guardano lo scarico del lavabo.
Sorrido di nuovo e penso che sia il momento di farmi un doccia e lavare via tutti questi pensieri e porre fine a questa sbronza. Ho bisogno di fare colazione, ho voglia di…
«uova strapazzate e un bel toast. Hai del bacon al posto del toast? Mi accontento ma visto il tuo fisico non credo che abbia in frigo del burro. Il pane scaldato l’ho sempre amato ma quello che lo rende veramente unico è un sottile strato di burro che si scioglie naturalmente sulla fetta calda. Devi saper aspettare e a giudicare dal tuo sguardo è la ciliegia la marmellata che troverei nella tua dispensa. Una volta ti piaceva quella di arance, potrebbe piacerti, pensaci.»
Sono una statua di sale, non so se sgretolarmi e farla finita o accettare che potrebbe realmente essere vero quello che sta accadendo dentro questo bagno.
Non sono riuscita a muovere un muscolo, questa voce è vera ed è davanti a me e mi conosce. Non riesco ad alzare gli occhi allo specchio e ringrazio l’apprendista parrucchiera per avermi fatto questa frangetta troppo lunga.
Cerco di muovere gli occhi per vedere intorno se è ancora il mio bagno o se sono finita in una storia troppo strana per essere creduta. Penso che questi in realtà siano quegli eterni secondi che ci separano dalla vita alla morte, quelli in cui poter trovare risposte, strade e la coscienza. Nel mio caso un embolo in bagno dopo un lunedì sera senza infamia e senza lode.
«Alza lo sguardo, non è nulla di grave non stai morendo, anche se fosse non cambierebbe il fatto che io e te ci siamo sempre conosciuti e sempre lo faremo. Nessun cambiamento della tua forma fisica o mentale potrà cambiare il fatto che io e te in questo momento saremo qui.»
Sputo, apro il miscelatore dell’acqua e riesco a sciacquarmi il viso, sono sicura. È la mi immaginazione il suono di questa voce è così simile alla mia, seppur strano è solamente il mio io che mi parla. Tutto intorno a me è uguale nulla è cambiato non ho il coraggio di controllare ma so che è così. Non ho più caldo, non ho più freddo e le pareti non grondano sangue. Se c’è una cosa che ho imparato dalla forma del mio culo sul divano è che quando succedono eventi del genere c’è una variazione nell’ambiente circostante.
«Niente di più falso. Ci sei tu e ci sono io in mezzo a quest’intreccio e non solo noi. Tutto quello che ti circonda sei tu che puoi modificarlo. Non sempre, sia chiaro non hai questa facoltà solamente quando si manifestano situazioni come questa durante le quali è effettivamente possibile fare in modo che le pareti sanguinino o quello che succede in quello che loro definiscono miracoli. Non hai ancora chiaro il concetto di noi e loro, dopo tutto questo tempo ancora non riesci ricordare quello che sei e quello che hai fatto, sai solo pensare a quello che vogliono che tu faccia senza pensare a quello che realmente conta. Cosa vuoi tu? Perché continuo ad illudermi che prima o poi capirai quello che valgono i tuoi pensieri? Non sono così cattivo da smettere di amarti ma il tempo sta per finire e tu hai bisogno di qualcosa che ti ricordi perché continui ad essere. Non sono neanche così sciocco da fare qualcosa che potrebbe ritorcermisi contro. Volevi i muri di sangue e questo avrai».
Il mio ultimo ricordo è il terrore che il suono di quella che potevo finalmente definire la mia voce risuonasse sempre più forte dentro le mura del bagno. Ero atterrita non sono riuscita ad alzare lo sguardo neanche una volta ho ascoltato ogni parola diventare sempre più forte e vera nella mia mente.
Fa freddo e qualcosa ticchetta dentro la vasca da bagno, la parete è rossa e gronda.
Svengo.