– E ti pare facile? –
– Per nulla, dovremmo essere un paio in più –
– siamo quattro e basteremo. –
– Le percentuali? –
– Per noi il 70% –
– accetteranno il 15 a testa? –
– Perché non dovrebbero? –
– Non sanno quello che stiamo per fare! –
– È vero, neanche per sogno lo immaginerebbero mai! Ahahah! –
– Non sono due fessi –
– Ma ne hanno la faccia. Devono solamente fare un lavoro semplice e ben ricompensato. –
– Non reggeranno. –
– Lo faranno! Se io e te faremo lì dentro faremo quello che dobbiamo fare, senza fare cazzate, non ci saranno complicazioni e tutto andrà liscio. –
– A domani, ora devo concentrarmi. –
– Ti passo a prendere alle 10,30 –
– Non fare cazzate stanotte. –
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Mese: aprile 2018
Solo ossa e cenere
Intermezzo
«Bisogna chiavarla, fratello,
e chiavarla bene;
non vedo altro mezzo
per convertirla»
Un lungo divano, rosso, una colonna o quello che potrebbe sembrare nell’oscurità anch’essa rossa, sono gli unici colori visibili in questo nero.
I polsi erano legati con delle manette, erano strette e le facevano quasi fermare il sangue, cominciava a non sentire più le dita.
Come se ci fosse differenza.
Era nuda solo un cappotto la copriva e chi la stringeva a se, da dietro, era anche colui che le puntava la luce negli occhi.
«Cammina troia»
Non poteva rispondere alle sue parole una costrizione vocale nella sua bocca. Una pallina, con dei lacci le impediva di parlare, era con la bocca aperta e costretta a leccare la sua voglia su quella pallina dal sapore di plastica e saliva
Le uniche cose che le potevano uscire dalla bocca erano gemiti. Di piacere.
Le piaceva essere costretta a godere senza poter far nulla se non bagnarsi e venire in continuazione.
Ma la cecità e il sapere dove fosse la preoccupava.
«Chi saranno? Perché mi stanno facendo questo, cosa vogliono?» . Immediatamente finiva ogni preoccupazione al suone delle dolci parole del suo padrone, nella sua mente lo aveva collocato al di sopra di lei unico a poter decidere se lei dovesse venire o no.
«Cammina lurida cagna» quelle parole le facevano dimenticare la paura e rimpiazzavano il terrore con l’eccitazione, era completamente bagnata avrebbe voluto toccarsi o toccare qualcosa, un cazzo anche due o una fica. Qualunque cosa e stringerla tra le mani, accarezzare sentirlo venir duro o sentirla schiudersi tra le sue dita. Passare le unghie fatte quella mattina stessa, graffiando delicatamente le palle di chiunque volesse scoparla, piantarle nei seni sodi della ragazza che le sbatterà la fica in faccia. Cercava di raggiungere il cazzo dell’uomo che la cingeva ma non riusciva a far arrivare le due dita nemmeno ai pantaloni. Smaniava, simulava una sega, qualunque cosa potesse toccare l’avrebbe fatta venire, di nuovo.
Continuava a camminare nell’oscurità della troppa luce senza sapere dove stesse andando. Seguiva, nel precedere il suo padrone, senza obbiettare nella speranza di venire soddisfatta da centinaia di mani, di lingue e di cazzi.
Venne messa sul divano rosso.
Solo quelle macchie rosse e figure indistinte davanti a lei. Uomini? Donne? Chi erano? Erano molti e lei era ancora legata per i polsi. Un uomo si avvicino e le slaccio la pallina dalla bocca poteva finalmente deglutire e leccarsi le labbra e chiudere a bocca per un attimo.
Un uomo si alzo dal lungo divano rosso e le lego al collo un collare.
Era a sdraiata su di un pouf, le gambe aperte, era a pecora.
La strattonò verso di lui. Cadde con per terra, l’uomo tiro il collare per farla alzare, ora era in ginocchio gli occhi stavano iniziando a recuperare i colori e le immagini, una donna le se avvicino e delicatamente le tolse la benda. Le sussurrò nell’orecchio «Benvenuta, voglio vedere tutti con in tuoi bei occhi verdi». Le prese tra le dita la bocca e la strinse.
«Ti troverai bene stasera non ti faremo mancare nulla, abbiamo tutto quello che serve per farti godere da morire. Solo stanotte e mai più» parlava nel suo orecchio mentre le accarezzava i capelli.
Cercò di dire qualche parola ma la donna le premette la mano sulla bocca. Passando all’altro orecchio le sussurrò di nuovo: «non parlare, lascia fare a noi, siamo qui per godere e soddisfare le nostre voglie e fare in modo che dopo stasera tu non possa mai dimenticare stanotte e tutto quello che abbiamo fatto per te»
La donna si allontanò e la lasciò per terra, con le gambe mezze aperte e ancora a pecorina. Non era riuscita a chiudere gli occhi mentre le parlava, era ammaliata, il suo suono era entrato direttamente nel cervello facendole dimenticare tutto. Era lì perché l’avevano scelta per farla godere per tutta la notte. Proprio lei che fino alla mattina era la ragazza che sognava questo solo la sera quando tornava a casa e si concedeva all’affetto del suo ”bunny” per una buona mezz’ora, il tempo di venire ed entrare nel sogno delle sue fantasie.
Tenne chiusi gli occhi per alcuni secondi e sentì della stoffa sul suo volto, seta nera e lentamente la bendarono.
«Stiamo per cominciare puttana» era una voce lontana, più lontana delle ombre che aveva visto intorno a lei a dovuta distanza.
– qualcuno pronto a fare foto o filmati?- pensò – meglio.
Ogni domanda scomparve era di nuovo bagnata.
Era lì a quattro zampe che aspettava che qualcuno si avvicinasse per cominciare a baciarla o toccarla o almeno sculacciarla ma nessuno si avvicinò. Era lì pronta per essere usata e sbattuta e nessuno aveva preso ancora l’iniziativa. Sentiva le loro voci che parlavano tra loro, silenziosamente. Si sentiva come un centrotavola al centro dei loro sguardi e desideri ma nessuno iniziava.
– Forse non sono ancora tutti – le passo per la mente che le sei ombre o sette che aveva visto stessero aspettando altri ospiti – se non sono tutti e aspettano ospiti, allora sarò il loro buffet del piacere, speriamo arrivino presto, voglio essere scopata -.
Non riusciva a sentire cosa dicessero, non capiva nemmeno se stessero parlando di lei, sperava stessero parlano delle ali tatuate che aveva sopra la fica e di quanto la rendevano porca. Aveva ricevuto uno sconto del 10% dal tatuatore che le aveva fatte. Mentre disegnava lo guardò negli occhi e li disse «puoi leccarmela se vuoi, se ti piace puoi provare a mettermi il tuo cazzo in bocca, non te ne pentirai» non se le fece ripetere una seconda volta e se la scopò sulla poltrona dove l’aveva da poco marchiata. Non osò mai baciarla o stringerla, semplicemente la scopava, nella bocca o dove volesse senza guardala negli occhi. Venne sulle sue tette, si rimise l’uccello nei pantaloni mentre si girava per andare verso il bagno, lei tentò di sedurlo ed eccitarlo di nuovo aspettandolo lì sdraiata e raccogliendo lo sperma con le dita e leccandole avidamente. Non la degnò di uno sguardo nemmeno in quel caso. Si limitò a guardarle le tette e dirle «Appena hai finito datti una sciacquata di là, gli asciugamani sono puliti. Tra un quarto d’ora ho un’altra cliente»
Non smise di leccare la sua sborra, aveva voglia di leccarla, il sapore le piaceva, le prolungava l’orgasmo, glielo facilitava. Lui se ne andò e chiuse dietro di se la porta dello studio. Si andò a lavare velocemente, si rivestì e pagò il conto già scontato.
Le aveva anche fatturato la scopata. Sconto del 10%.
«Ma è quello che sconti di solito o sono stata così brava da avere questa galanteria?»
Non rispose alla sua provocazione, ha ancora voglia di cazzo e non le importava se fosse di nuovo lui. O solo il suo cazzo visto che non sapeva nemmeno se avesse degli occhi che la guardassero desiderandola mentre la scopava, sperava di si.
Era passata una settimana da quell’incontro senza coinvolgimenti mentali senza aver toccato alcun organo riproduttivo di alcun tipo, tranne il suo, ed ora eccola lì a quattro zampe mezza nuda, un gruppo di uomini ed almeno una donna e nessuno che prendeva la prendeva in considerazione. – Non è più Natale – si disse. E la fica cominciò ad asciugarsi lentamente.
Anche se bendata riuscì a capire dove l’avevano lasciata era una stanza enorme, scura c’erano tre divani a formare una grande U e lei era in mezzo su un enorme morbido e vellutato pouf, avrebbe potuto sdraiarsi e ma la voglia di mantenere la fica umida nella speranza di essere resto essere degna di attenzioni prevalse e rimase a pecorina, dimenando un po’ il culo sperando attrarre qualche attenzione da qualcuno stanco di aspettare gli altri ospiti. Pensò che stessero aspettando qualcun altro altrimenti non riusciva a spiegarsi tutta quell’attesa, anche loro dovevano essere eccitati e vogliosi di abusare del suo corpo.
Principio
«Perché così solo?
Perché non partecipi
al ballo?»
La giornata era iniziata male, la sveglia non aveva suonato e il tempo per radersi ed il tempo per farsi la doccia era andato a farsi fottere. Avrebbe potuto radersi in ufficio, teneva una rasoio e della schiuma da barba in ufficio, in caso di emergenza o nell’eventualità che un giorno potesse tornare utile a lui o ad un suo collega.
– Sei previdente, sei bravo – lo pensò mentre si lavava i denti di fretta. Si andò a vestire di corsa, i primi vestiti che trovò. L’armadio era ordinato e ad ogni camicia era abbinata una giacca e un paio di pantaloni, tutto sistematicamente ordinato e studiato in una lunga estate di afa e noia. Chiuse la porta di casa ed uscì, una doccia gli avrebbe giovato a prendere lo slancio per la lunga giornata. Era venerdì e probabilmente non sarebbe tornato a casa dopo il lavoro per prepararsi ed uscire.
Le cuffie nelle orecchie lo distoglievano dal rumore della gente che affollava la metropolitana, li guardava e sorrideva e dentro di se li odiava, quelle stesse facce tutte uguali che vedeva ogni giorno.
Si nascondeva in mezzo a loro.
Sorrideva mentre la musica rombava nelle orecchie.
Anche il treno era in ritardo come lui, a metà della banchina una ragazza in tacchi andava tempo di musica con la testa, i capelli le ondeggiavano delicatamente, le accarezzavano il viso e facevano intravedere le orecchie, delicate quasi perfette, uscivano dai ricci biondi e si nascondevano ad ogni basso che le entrava nei timpani, un invito a leccarle. I piedi segnavano un tempo sincopato, le coscia si induriva e mostrava tutta la sua gioventù e forza. I seni erano immobili, piccoli ben fatti e dalla maglia usciva un accenno di capezzolo. La guardava con la ventiquattrore nelle mani davanti a lui. Sorrideva e la fissava, lei sembrava non accorgersi di nulla, gli occhi erano fissi in un punto indefinibile tra la punta delle sue scarpe e la linea gialla.
Tra di loro tanti pezzi di carne, inutili e immobili come dal macellaio. Fissavano la scritta con il nome della fermata senza voltarsi o fare nulla, alcuni fissavano gli schermi che davano notizie che altri leggevano.
Continuava a fissarla sorridendo e immaginando di spogliarla, prenderla e scoparla, lì sulla banchina, premuta sulla pubblicità di una università telematica, le avrebbe tirato su la gonna e con l’altra mano immobilizzarla al poster, scoparla lì con le cuffie nelle orecchie senza nemmeno sentire se stesse godendo o urlando. Nessuno avrebbe fatto nulla, presi dagli schermi e dal vento che preannuncia la metropolitana.
Entrare il prima possibile è il solo scopo la mattina, nient’altro.
L’aria si mosse sempre più rapidamente, tutti gli sguardi erano diretti nella sua direzione, anche la ragazza girò la testa. Continuava a guardarla e se ne accorse, lui sorrideva ancora. Lo guardò e prima che si aprissero le porte ancora lo fissava. Sorrise e lui continuò a mostrargli il suo ghigno mascherato da stretto sorriso.
Salirono su carrozze differenti e non la vide più.
Non poteva sopportare di avere ancora addosso l’odore della sera precedente. Staccò prima inventando una scusa ed andò a casa a lavarsi e fare la doccia.
Una lunga notte lo aspettava e se fosse stato fortunato qualcuno gli avrebbe scritto un messaggio con un’ ora e un luogo e una parola d’ordine per poter entrare. Erano ormai due settimane che aspettava quella telefonata.
Conobbe per caso il modo per poter entrare in quel circolo ristretto che chiamano «la Casa».
Un suo cliente gliel’aveva detto in cambio di qualche favore al limite della legalità.
«Non posso pagare tutti quei soldi! Che altro modo c’è per farmi uscire da questa situazione?»
Adorava quei momenti, apprezzava la paura e la disperazione negli occhi di un altro essere umano, era l’unico momento in cui poteva veramente apprezzare la sua razza.
La disperazione era la sua droga. Si divertiva.
Un tizio, non ricordava nemmeno il nome o il volto, aveva qualche piccolo problema economico nulla di realmente serio.
Adorava giocare con i sentimenti dei sui clienti, pitturava la scena del suo quadro a tinte fosche, rendeva tutto nero e poneva davanti al clienti dilemmi esistenziali, se si impegnava riusciva a farli piangere disperati o farli arrabbiare più del dovuto.
Una avvenente madre di famiglia col vizio del gioco aveva implorato di fargli succhiare l’uccello piuttosto che mandarla in rovina.
Quella fu una grande giornata.
Non erano mai questioni gravissime, ma era un bravo attore e riusciva sempre ad ottenere quello che voleva: disperazione e pentimento. Lui diventava l’angelo che li aveva salvati. Gli aveva concesso del tempo per rimandare l’inevitabile. Si sentiva Onnipotente in quei momenti.
Tornando al tizio non aveva nulla di allarmante ma quella notte aveva dormito male ed era incazzato senza motivo ed aveva bisogno di svago.
«La questione è abbastanza seria, non vedo molte vie di fuga»
Ce n’erano in abbondanza, omesse o false firme e lettere di sollecito mai arrivate.
«Come posso fare? Mi aiuti! Mia moglie mi ammazza!»
«Non so cosa poter fare se non dirle di pagare almeno una piccola quota di quello che deve, entro due giorni. Per farli contenti e allentare il cappio»
«le darò un numero di telefono e un codice, le si spalancheranno i cancelli del paradiso, ho imparato a conoscerla avendo a che fare con lei quasi ogni mese. Lei è il tipo che farebbe follie per avere quello che le posso offrire in cambio di un mese di tempo»
«cosa?»
«Si, ho capito come è fatto. Adora essere da quella parte del tavolo a decidere della vita di chi ha davanti e questo che le propongo, le assicuro, sarà qualcosa che non riuscirà a trovare in nessun luogo. Resterà per tutta la vita con quel ghigno e nessun modo per trasformalo in un vero sorriso di gioia e soddisfazione, le offro questo.»
«Cosa vuole in cambio? Dove vuole arrivare?»
«Cosa voglio? Voglio che lei mandi un messaggio a questo numero che le scrivo» – prese la penna, un post-it e cominciò a scrivere coprendo con la mano quello che stava facendo, sembrava uno studente qualunque che non vuole far copiare il suo compito – « e scriva questa sequenza numerica:, 144 33, 610. Il resto lo vedrà in cambio voglio un mese di tempo per pagare e quando andrà dove le verrà detto, dirà cosa le è stato detto di dire e quando uscirà e sarà l’alba tornerà a casa e con la testa non farà altro che pensare al momento in cui riceverà un altro messaggio con un altro numero ed un altra sequenza, allora quella notte lei mi ringrazierà e semplicemente farà sparire tutto quello che devo pagare».
Lo aveva colpito e il cliente se ne accorse, lo stava fissando negli occhi mentre sorrideva come chi sapeva di aver pescato il pesce giusto.
Volle credere al suo mistero, compose il numero e la sequenza. Premé invio.
L’uomo strinse la sua mano e si alzò, si mise a sedere in sala d’attesa e non si mosse per ore. Attendeva la risposta al messaggio, la risposta che gli garantiva, sulla parola, un mese.
La risposta arrivo ore dopo, un messaggio con un orario, una data, una via e una parola ”Klavierstuck” arrivò e non poté far altro se non stringere la mano di chi lo aveva incastrato e salutarlo con la promessa di risentirsi il giorno dopo la data del messaggio.
Quello a cui assistette quella prima volta fu qualcosa di sublime, era estasiato dagli odori, i sapori dei corpi nudi, i gemiti, le urla di piacere e di dolore che si alzavano, era paradisiaco per i suoi sensi e per quelli della «Casa».
Le ospiti, in quella prima notte furono due, goderono tutta la notte delle loro attenzioni. Lasciò la festa alle tre del mattino gli fu detto che per lui era abbastanza per quella notte, lo presero da parte incuranti di quello che stesse facendo (nella fattispecie stava infilando ripetutamente e con decisione il suo cazzo nella gola di una ragazza dagli occhi blu nascosti da una maschera veneziana), presero le sue spalle e sfilarono il suo cazzo senza nemmeno la preoccupazione del suo imminente coito, sborro per terra mentre lo portavano a vestirsi. Aspettarono con lui due uomini, mascherati, con vaporose parrucche bianche e nei finti sparsi sul viso. Non parlarono mai, lo fissarono fino alla fine. Si congedò chiedendo come fare per il prossimo incontro.
«Prosegui la successione» disse il più alto e con più nei.
«Cosa?»
«L’ha sentito? Prosegui la successione se vuoi tornare»
«quale successione, di che cazzo state parlando?cazzo, mi avete preso e portato via da quella calda bocca senza nemmeno chiedere il permesso, cazzo volevo sborrare dentro quella cazzo di bocca!»
Aprirono la porta della villa, la notte era scura e fredda, lo spinsero fuori. Una macchina era già pronta ad attenderlo, aspettava solamente lui.
«Continua la sequenza, come la prima volta anche la prossima, sei troppo avventato per poter capire, tutti uguali la prima volta…se mai ce ne sarà una seconda» chiusero la porta e lo lasciarono solo, con la macchina in moto ed un’autista che lo attendeva per portarlo a casa.
Si fece lasciare al bar sotto casa, ordinò una birra, accese una sigaretta.
«Come va? nottata divertente?» disse il barista.
Alzò lo sguardo dal bancone e pieno di pensieri e ricordi della serata lo fissò negli occhi e disse: «cazzo si! Il problema ora è dover dar ragione a quel figlio di puttana che mi ha dato questa cazzo notte. Che ne sai di sequenze numeriche?»
«come?»
«se ti dico: 144 33, 610 tu come completeresti la sequenza?»
Il barista si grattò la barba e guardò la troia seduta in fondo al bancone che ci provava con un ragazzo che era più giovane del whisky che stava bevendo, lei lo guardò un secondo negli occhi ed ecco l’illuminazione.
«987, 1597, 2584»
Sorrise e brindò alla salute del barista.
«Vado a dormire, ascoltare i tuoi numeri a caso non mi aiuterà e poi te che ne sai!»
Lasciò i soldi sul bancone e andò via. Pensò per venti giorni solamente a come poteva continuare quella sequenza e alla fine scoprì che il figlio di puttana aveva ragione.
Continuava proprio in quel modo.
Immediatamente scrisse i numeri nel messaggio, quella sera arrivò un nuovo messaggio.
< Tra due settimane, in un vecchio capannone vicino al porto alle undici di sera. Parola d’ordine ”Lateralus”. >
-Figli di puttana – pensò mentre mandava giù il sesto whisky.
Spense la sigaretta e mandò giù tutto d’un fiato l’alcol nella sua gola, tossì.
Accese un’altra sigaretta e rimase soddisfatto sul divano a godersi la meritata vittoria. Riempì un altro bicchiere e brindò alla saluta del barista sotto casa. Era ubriaco e le vittorie si festeggiano in un solo modo.
Aprì la finestra, sotto nella strada le ultime puttane stavano per staccare. Fischio verso una di loro, una bionda con le tette più grandi del suo corpo. Lei si girò ma non capì da dove venisse quel fischio. Lo rifece «Ehi! Quassù!»
Lei lo guardò e lo saluto con la mano
«Sali!»
Disse di no con la mano e lui le fece vedere un bel po’ di banconote e la convinse con dolci parole e la promessa di whisky in abbondanza.
Le diede i soldi appena entrata, non seppe mai cosa fece quella ragazza in casa sua era certo solo di non aver più un posacenere, un pacchetto di gomme, un cuscino e lo sperma nei sui coglioni. Si addormentò mentre gli succhiava l’uccello ma non si rese conto in quel momento di esser venuto. Se ne accorse la mattina dopo, ispezionandosi e vedendole stranamente flosce piuttosto che gonfie, associò all’odore di whisky l’odore di puttana e ricompose il puzzle del festeggiamento della sua vittoria.
Aprì la finestra ed urlò: «Vaffanculo Fibonacci!».
Era un sabato di sole. Doveva prepararsi per andare allo stadio, abbonato in curva da anni. Birra e calcio fino a sera.
Consapevolezza
«Sono senza figa, bello mio,
che per me
equivale a essere senza amore.
Non riesco a separarli.
Non sono così scaltro.»
«La saggezza arriva all’ultimo
quando la gioventù non c’è più,
la tempesta è passata e
le ragazze sono andate a casa»
La luce filtra dalla benda e riesce a vedere le ombre che la ignorano. Nuda si sdraia e strofina i seni sul velluto. I capezzoli le diventano duri, puoi sentire ogni fibra del tessuto che le strofina la pelle e la bagna.
Nessuno si avvicina, si sposta verso il divano, le caviglie sono legate con una manetta con abbastanza gioco da permetterle di camminare in modo ridicolo. Le braccia dietro la schiena, legate. Si accarezza la parte di pelle che riesce a toccare come farebbe un amante. Riesce ad arrivare camminando sulle ginocchia al bracciolo del lungo e basso divano. Comincia a strusciare forte la fica sul velluto come una grande lingua secca assapora le sue cosce umide e la fa bagnare, continua a toccarsi, si sculaccia.
Sta per avere un orgasmo.
«Guarda la troia..»
«Toglile le manette e legala col raso, non troppo costretta falla divertire con le sue mani se ne ha tanta voglia»
Sente ogni singola lettera – parlano di me! Mi prenderanno e leccheranno e scoperanno finalmente – si china verso la direzione della voce sempre continuando a strusciarsi come una gatta in calore, apre la bocca e si lecca le labbra.
Nessun passo verso di lei, ancora a bocca asciutta.
Potrebbe parlare, urlare, gridare – scopatemi cazzi mosci! – ma chi l’ha messa al guinzaglio le ha sussurrato in un orecchio che sarebbe stato più saggio stare buona e aspettare.
Si sposta verso il centro del divano, sente qualcosa sulla gamba, è freddo e lungo, non capisce. Si mette di schiena e cerca di prendere con le mani quello che spera sa un dildo.
Lo tocca, ha la forma di una piramide.
Un plug.
«Ora ti tolgo le manette e ti lego con questo puttana.» Le disse la voce che prima le aveva dato della troia.
Con le dita inizia a masturbarsi il culo, lo apre e con la punta del plug cerca di aprirlo di più. Alza le gambe e le apre fino a quando le manette glielo consentono, con tre dita afferra la base del plug e comincia a farsi strada dentro di se. Geme, la fica si bagna sempre di più mentre le dita spingono dentro di lei più a fondo.
Riesce a infilarselo tutto, sta venendo, i suoi versi si fanno sempre più acuti ma nessuno muove un passo.
Sdraiata sul divano si masturba immaginando le mani, le lingue e i seni dell’unica persona che le ha parlato sul suo corpo che la toccano, la ispezionano e la fanno godere. Nessuno bada a lei, come un animale domestico in calore che cerca attenzioni e senza averne alcuna continua a godere da sola, Eccitata dal plug e dall’indifferenza continua fino ad arrivare ad un orgasmo anale. Stringe le gambe, è sudata, il culo si contrae e viene.
Nemmeno un occhio la degna di uno sguardo.
Pensa che quel piccolo plug sia il primo di una lunga serie, sempre più grande e sempre più largo.
Nessuno l’ha mai fistata seriamente.
– Aspettano cosa? Sono qui, maledetti froci, prendetemi. Gag ball, benda leggera e legata larga, tutto qui? Bevono, parlano , ridono ogni tanto qualcuno la guarda con occhi pieni di lussuria. Non fanno altro che divertirsi a stuzzicarla. La guardano fissa e si bagna ancora di più. Qualcuno sta entrando, l’enorme porta di ferro si apre, stride. Si volta a vedere chi è arrivato. Giacca, cravatta e un paio di scarpe che potrebbero coprire i due mesi di affitto di ritardo, la guarda di sfuggita ma non le se avvicina.
Le porte di ferro stridono per l’ultima volta davanti ai suoi occhi.
L’uomo si avvicina alla donna e si inginocchia, le bacia i seni mentre si avvicinano tutti a lei, pensa che finalmente comincerà l’orgia dei suoi sogni.
L’alba sta sorgendo, il sabato sta cominciando. La mattina è fredda, i primi bar stanno aprendo le serrande, qualcuno entra per cominciare la giornata di lavoro. Qualcuno ancora ubriaco vorrebbe ancora bere per non vuole far sorgere il sole ma è inutile, comunque sorgerà.
Le porte di quel locale utilizzato dai membri de «la Casa» si apriranno qualche mese dopo fotografate nelle prime pagine della cronaca nazionale.
Non solo ossa e cenere.
Capannone degli orrori, al suo interno diversi capi di vestiario e fotografie.
Le vittime sarebbero più venti è in corso l’identificazione delle ossa.
DALLA REDAZIONE – È una scena agghiacciante quella che i carabinieri di Spagli hanno rinvenuto stamattina in un capannone industriale inutilizzato non lontano dal centro cittadino. A far scattare la perquisizione le lamentele di un anziano che ha il suo orto non lontano dal luogo dei delitti. Sarebbero almeno venti le vittime ma ancora non si hanno dati certi, quello che è certo è che i carabinieri appena aperto il portone in ferro grezzo del capannone hanno trovato qualcosa che neanche nei peggiori incubi si sarebbero immaginati di vedere. Intervistato dal nostro inviato, il sergente incaricato di condurre l’operazione ha definito la scena orribile e allarmante nella lucidità ed accuratezza con cui, per ora solo ipotizza abbiano avuto luogo i delitti.
Le lamentele del signor A.R. sono state sottovalutate fino a stamattina. “Si è presentato sei sette volte in caserma per lamentarsi del fumo e dell’odore che sente venire proprio da quel capannone che per inciso è di proprietà di un industriale conosciuto in zona che ha dislocato la sua azienda ma ha mantenuto la proprietà, ora le sue dichiarazioni solo al vaglio degli investigatori” così ha commentato il portavoce dell’arma di Spagli in merito alla pesante domanda di inadeguatezza delle forze dell’ordine.
Quello che è stato ritrovato è qualcosa di impensabile anche nei peggiori degli incubi.
Al centro del capannone una zona relax, con divani, pouf, una zona bar e diverse rastrelliere piene di ogni articolo venduto da sexy shop. Lungo il perimetro delle pareti diversi ambienti sono stati creati utilizzando materiali di riciclo e tende arrangiate al loro interno hanno trovato, magazzini, sale delle torture e delle sepolture.
Sembra la scena di un campo di concentramento, le ossa erano sistemate tutte in un unico ambiente così come i vestiti e gli oggetti personali delle vittime. Nessun documento è stato rinvenuto ed il lavoro di riconoscimento è all’inizio.
Quello che più ha impressionato gli investigatori sono le ceneri, conservate in urne, che sembrano fatte artigianalmente con una ciocca di capelli poggiato e sigillati con la cera sopra i coperchi delle stesse. “È tutto troppo razionale e ben organizzato per essere opera di una sola persona” le parole del capitano Grazi sono allarmanti.
Questo è solo l’inizio di quello che sembra essere il più grave fatto di cronaca nera italiano degli ultimi anni.
“Temo che la brutalità dei delitti non sia neanche paragonabili ai delitti commessi dalle associazioni mafiose, è qualcosa che sembrerebbe avvicinarsi più al concetto nazista di sterminio ma solo le analisi delle ossa ci darà qualche indizio sulla morte che hanno dovuto affrontare queste persone. Ho paura a trovare gli indizi per la mia teoria ma quel poco che siamo riusciti ad analizzare finora mi fa pensare a qualcosa di brutale e metodico e temo sia qualcosa di molto grande.” Le parole del criminologo invitato a seguire l’indagine non hanno bisogno di ulteriori commenti per ora.
Segue a pagina 2
Il cinno vendicatore
Il fascino che esercitava quel ragazzo non l’aveva mai capito.
Era un ragazzo come molti, una bellezza borghese. Somigliava al figlio del Rossi. Capelli mori, media lunghezza, a vent’anni con la Mercedes sfoggiando la polo verde, sua solita maglia. Un futuro in politica, gettato nella folle idea del padre. In una parola ‘secessione’.
Le ricordava quel Rossi. Però il Rossi politico non le dava la stessa sensazione di umidità che le dava lui. Il carattere era simile, guerrieri per la causa secessionistica.
Uno un po’ meno dell’altro per ovvie ragioni.
Aveva sedici anni. Famiglia benestante. Un futuro brillante davanti e un glorioso passato alle spalle vantava medici, ingegneri, uomini insigniti della croce al merito, professori, un rettore e due filosofi, questi ultimi però nel lontano cinquecento.
Non che lei avesse qualcosa meno rispetto al borghesissimo palmarès che vantava il suo amato.
Però a scuola in quella statale.
Proprio qui iniziò l’amore, non corrisposto ovviamente.
Anche se di nobili origini borghesi come tutti a quell’età s’inizia a pensare all’amore ma giocare e gli amici rendono difficili questi primi approcci. Frutto troppo acerbo perché sia colto. Per lui ovviamente.
Lei lo guardava e le piaceva ancora non lo conosceva.
Arrivò la primavera, non per amore, ma, vuoi gli odori e stare più fuori che a casa e parecchi ormoni nell’aria dovuti ai suoi vestiti sempre più leggeri ed iniziarono a conoscersi.
Uscivano insieme il pomeriggio prima il gruppo della classe, tutti insieme in centro. Lunghe camminate, soste nei negozi e poi un solo grido: Il gelato Lì!
Si guardavano, ogni tanto due parole ma poi erano riassorbiti dai due gruppi formatesi.
Non badavano a sentire dove erano diretti, si cercavano.
Andavano venivano ogni tanto si trovavano e qualche volta parlavano.
Si ritrovarono proprio lì, dove dovevano essere da quando erano usciti da casa. Lo sapevano che sarebbero arrivati lì e intendevano stare vicini, così da poter parlare.
Lui aveva pensato a chiederle di uscire, solo loro. Pensava già al momento in cui la avrebbe baciata e sentito le sue forme sotto il vestito leggero. I suoi polpastrelli trepidavano e la sua lingua non la smetteva di emettere saliva. Aveva mangiato un pacchetto di gomme in due ore.
Lei aveva pensato di chiedergli di uscire, voleva baciarlo ma non andare oltre almeno la prima volta, voleva sapere chi stava baciando, di chi e cosa sentiva di innamorarsi. Era solo chimica o c’era altro, sperava ci fosse altro, voleva ci fosse altro. Voleva innamorarsi e avere il ragazzo. Voleva sentirsi più grande di quello che era, sentiva di essere grande e di poter amare. Col pudore che non sembrava volesse mostrare di avere.
“Pistacchio e pinoli senza panna”.
“Non ti piace la panna?”
– o non la prendi perché non ti piace? Se è per un puro fatto di gusto, mi trovo d’accordo ma se è per un fatto estetico pensando la panna ingrassi non lo trovo giusto. Negarsi un piccolo piacere pensando di voler migliorare qualcosa che non ha nulla da essere cambiato. Non hai bisogno di stare a dieta. Sei bella così come sei -.
“Per me Pistacchio e yogurt”
“Abbiamo una cosa in comune”
Sorrise, pago i due gelati e la guardò scegliere i suoi gusti.
“Signorina, prego, il suo gelato.”
“Sì, grazie. Scusi è troppo tardi per un po’ di panna?”
“Costa un euro in più”
“Tenga l’euro, la prossima volta te lo pago già con l’aggiunta di panna”.
Era rimasta senza parole, il suo sorriso ed i suoi occhi, poteva essere qualcosa con cui andare cautamente. Ritrovò la sua razionalità cercando di evitare di baciarlo appena avesse riaperto bocca per dire qualsiasi cosa. Se non fosse stata razionale, non avrebbe mai capito se veramente lo amava o era solo una questione fisica.
“Mi piaci” sussurrò mentre prendeva il gelato e andava verso di lui. Uscirono si guardarono intorno, due minuti dopo lui aveva già individuato un posto, dove poter stare da soli e seduti.
“Andiamo lì?” indicando una piccola piazzetta con quattro alberi al centro.
Lei lo seguì aveva capito cosa avrebbe fatto. Non avrebbe più ascoltato una parola di quello che avrebbe detto, voleva solo guardarlo ed aspettare il momento in cui lui l’avrebbe baciata.
Seguì un lungo monologo suo. Lei più lo guardava più le piaceva ma purtroppo li avevano scoperti quindi addio bacio. Risate occhiolini e il solito su racconta. E furono di nuovo divisi.
Fortunatamente dopo lunghe ricerche e numerosi studi, informatici, scienziati e anni nel 1991, Tim Berners-Lee definì il protocollo HTTP. Iniziò l’era che quella noi definiamo e vediamo come internet.
Concordarono l’appuntamento via mail per il giorno dopo alle quattro sotto le palle di Nettuno.
Il programma era passeggiata, gelato, panchina e bacio. Lo stesso per entrambi.
Il suo vestito a piccoli fiori blu stampati su lino bianco era meravigliosamente splendido su di lei. Infradito che ricordavano calzari romani le stringhe che legavano la parte della caviglia. Era splendida capelli fino alle spalle neri lisci. Era bellissima ed elegante. Dimostrava vent’anni.
Si salutarono normalmente come ogni giorno. Camminarono per un’ora a vedere vetrine.
A ogni negozio d’intimo la immaginava in lingerie e arrivavano puntuali i primi segni di erezione. Il padre sperava, per il vessillo di famiglia del figlio, che avesse lustri più degni persino del nonno, noto donnaiolo. Era convinto dell’estrema grandezza e potenza del suo membro che contava, dopo l’esaminazione solitaria della sera prima, ben ventitré peli, per lo più sparsi.
Aveva bisogno di quel gelato il prima possibile. Aveva delle labbra perfette non troppo pronunciate né troppo piccole. Rasentavano la perfezione e la sua lingua la pensava adornata da un piercing sulla lingua come segno di potenza. Più belle non ne aveva mai viste. Vederla leccare il pistacchio lo mandava in estasi però questa volta avrebbe potuto essere lui l’altro gusto da leccare.
Con quest’immagine nella mente lui la strinse a se e la portò a prendere un gelato.
Altra estrema convinzione che aveva marchiato a fuoco la stessa mano del suo illustre padre era il far mai pagare a una ragazza. Aveva elargito ben 50 euro, una decina per il gelato altri dieci per varie ed eventuali i restanti come segno di ammirazione e approvazione. Così mostrava la sua felicità per quello che faceva il figlio.
Si baciarono poco dopo aver finito la panna i gusti sempre li stessi.
Erano rapiti da quel bacio, lei estasiata lui in erezione dai venti minuti precedenti con l’immagine di lei ed il gelato.
Il frutto era colto ma il tempo per continuare ad assaporarlo poco. Lei alle sei doveva essere a casa c’era una presentazione di un qualche genere e doveva andare i suoi lo avevano imposto. Non le interessava quello che voleva erano le due ore che le avevano sottratto, impunemente, dal solito orario di coprifuoco. Voleva quelle due ore. Le avrebbe pretese appena sarebbe arrivata l’imminente cena di classe.
Presero il 13 insieme lui la accompagnò a casa sia per essere galante sia per pavoneggiarsi se avesse visto qualcuno che conosceva.
Salirono, il bus era pieno tranne un posto ma era occupato da una borsa. Pensò fosse della persona seduta al seggiolino di fronte e la guardo con disprezzo pensando alla sua maleducazione.
Il cavaliere tirò giù il posto dedicato a chi ha il passeggino, si sedette con lei sulle sue gambe poteva sentire le cosce ed il suo sedere, c’era solo caro tessuto tra i loro corpi. Lei lo teneva con un braccio attorno al suo collo, lo baciava sulla guancia, sfregava il volto su il suo, lui le cingeva la vita.
Una vecchia moldava camminando dal fondo arrivo al posto in oggetto lo toccò per assicurarsi fosse pulito e si sedette.
Passano i portici e le porte, una ragazza dell’est punkabestia sale poco prima della loro fermata. Qualcuno prenota la fermata degli amanti, loro non avrebbero mai spinto quel bottone e sarebbero scesi la fermata successiva per rubare cinque minuti d’amore. La ragazza salita poco prima si avvicina alla vecchia moldava e senza apperente intesa afferra la borsa della spesa della signora e si avvia all’uscita.
Lui si alzò, la punkabestia aveva appena preso in mano la busta, braccia larghe e corpo pronto ad afferrare quella ladra, per di più extracomunitaria. Che fosse la vera padrona della busta e che fosse andata solo a fare un giro in centro prima di ricongiungersi con la madre sul bus non aveva importanza.
Restò così, sbarrando l’uscita, fino a quando capì che non era una ladra, lei in piedi che teneva la sua borsa e la madre che guardava.
Un bacio si può sacrificare, il tempo per lui di capire che la ladra non esisteva e che il suo tentativo di mostrare anche la sua forza era andato a vuoto era impagabile, avrebbe fatto di tutto per essere l’eroe, il suo eroe. Il 13 frenò.
“Mi fai passare o resti lì impalato?” la punkabestia.
“Permesso, dai Kerin sbrigati a scendere che ho da fare” la madre.
“…si…scusate..” l’amante, spostandosi e guardando la sua amata.
“Devo scendere per forza è troppo tardi. Ci sentiamo domani?” la ragazza dei sogni, scende e manda un bacio soffiandolo via dalla mano.
Le porte si chiusero e finalmente vide dove andava a finire il bus numero 13.
Si sarebbero rivisti da soli soltanto anni dopo. Lui carriera fenomenale nel partito secessionista, lei dopo aver cercato la via della ribellione sociale aveva preferito tornare nel caldo nido che l’aveva covata, tutti sapevano che sarebbe tornata e diventata quello che ci si aspettava da lei, come tutti i borghesi. Manteneva un po’ di ribellione nei suoi studi filosofici.
Le ultime notizie li danno felicemente amanti, lui è sposato nonostante sostenga nei suoi discorsi di credere nella famiglia, lei ha avuto un posto come segretaria al ministero dei beni culturali.
Tutti sono felici.
Lo sfavillante futuro che si auspicavano tutti è arrivato.
La vecchia moldava continua a sopravvivere a lavorare e a prendere il 13, è stata oggetto di aggressioni a sfondo razziale solo una volta da parte di un ragazzo. Ancora si chiedeva perché se la prendeva con lei quando in realtà doveva solo uscire e trovare qualcuno da baciare.
La ricollocazione del Kraken
Dopo dieci stagioni piene di successi Charles Stiles, la mente dietro “spie al ristorante”, ha utilizzato ogni sorta di nuovo congegno tecnologico per smascherare impiegati poco professionali e furfanti della domenica ed ha deciso di comune accordo con la produzione di rinnovarsi e mettere in campo la mitologia al servizio dei ristoratori nei guai. Esseri mitologici dimenticati o meno verranno ingaggiati per almeno uno degli episodi della undicesima stagione. Sono dieci gli episodi commissionati dal network ma voci di corridoio danno per certo l’allungamento a quindici. Per molti sarà la conferma e una nuova opportunità per rilanciare la propria carriera. Per il primo episodio è già stato scelto il Kraken. La buona prova sotto la guida Disney ha fatto scalpore per un essere che molti già davano per spacciato all’interno di Hollywood ma anche grazie ai consigli, come dichiarato a Variety, di Johnny Depp ha: “fatto sbocciare la ferocia e cruda anima racchiusa nel personaggio” continuando “cosa molto difficile quando ti trovi ad interpretare te stesso ed il regista ti spinge ad andare più a fondo a cercare il proprio essere.” Questo attaccamento del regista Gore Verbinski al Kraken ha fatto in modo che tutto questo uscisse fuori ed entrambi hanno centrato l’obiettivo. Seppur brevi apparizioni sul grande e piccolo schermo la notorietà del Kraken è cresciuta. Dopo i Pirati dei Caraibi ha scritto libri e fatto camei e comparsate in molte serie TV, un successo inaspettato pensano in molti ma lui stesso è stato sempre convinto che sarebbe arrivato il riconoscimento tanto agognato. Subito dopo la fine delle riprese nei Caraibi ha dichiarato: “sono finalmente me stesso e per la prima volta sento che la marea sta tirando dalla mia parte. Essere praticamente immortale ha aiutato sicuramente questo processo ma la creatività ed il bene che ho trovato su questo set sono stati fondamentali per l’inizio del mio processo artistico.” Avrebbe anche dichiarato qualche mese dopo in una bella intervista da Oprah, con un po’ di malizia ed un bellissimo sorriso: “questo mare inizia a starmi stretto”. E questo è il segno che non ha intenzione di spiaggiarsi ad Hollywood ma di volerci restare e farlo divertendosi.
Adesso lo vedremo nei panni di una spia al ristorante e Charles Stiles si è detto entusiasta dell’opportunità di poter lavorare con un talento del genere. “Sarà divertente, il Kraken si è dimostrato un grande professionista e sarà bello avere anche il suo talento a disposizione del programma” alla domanda se il primo sia il solo episodio con protagonista il Kraken, Stiles ha sorriso e glissato con: “ne vedrete delle belle ve lo assicuro”.
La produzione è abbottonata e la campagna pubblicitaria è ancora in divenire ma se questo è l’inizio non possiamo fare altro che aspettare di rimanere stupiti e divertiti come detto da Stiles. Se il Kraken è il primo ingaggio la lunga lista di esseri mitologici in attesa di essere scritturati fa già viaggiare la fantasia e, alle volte, è più reale di quanto si pensi. Un noto centauro è stato visto cenare in un noto ristorante greco di Los Angeles in compagnia di Tritone, Lamia, le Arpie e Cerbero ma non è stato possibile avere alcun commento dai diretti interessati. Siamo sicuri che non saremo delusi dalla nuova stagione di spie al ristorante, rumors di pochi giorni fa, dicono sia stata confermata per altre due stagioni, mancano solamente alcuni dettagli e le firme saranno apposte. Non solo i fan ma anche tanti altri addetti ai lavori sono curiosi di vedere cosa succederà mentre miti antichi e meno si vedono sempre più spesso in questo assolato angolo di California.
Madre Russia
«e poi boh…»
In fondo Pasternack non ha fatto poi così male a isolarsi volontariamente. Solo nella sua dacia a scrivere, cullato dal rumore del freddo vento di Russia.
Suppongo sia freddo a livelli imbarazzanti, specialmente d’inverno.
Cosa facesse durante le giornate non saprei. Scrivere si e poi? Avrà letto miliardi di libri, si sarà ubriacato tutte le sere con la vodka fatta in casa (spero per lui, giusto per mantenere una sanità mentale).
Cos’altro?
Inizialmente non concepivo questa sua volontaria fuga dall’umanità. Col passare del tempo comincio a comprenderla e ad accettarla ed invidiarla.
Solo nella tundra, nessuno nel raggio di molte Sažen’ ed il volo degli uccelli ad animare la giornata.
Ci sono uccelli nella tundra? Forse pochi ma ci devono essere!
Scopare non se ne parlava, magari qualche contadina di passaggio, drogarsi? Non so, di cosa poi? Almeno la vodka!
Lo invidio per due motivi.
Primo. Aveva una cazzo di dacia fuori Mosca.
Ora non sono un fanatico dell’est Europa, tutt’altro. Immensi campi di patate a perdita d’occhio. Una pianura Padana ancora più grande. ”Depressione caspica” come cantavano i CCCP, il Caspio è un po’ più lontano ma dai ricordi di geografia non è che ci sia molto altro di interessante. Non mi farebbe impazzire il luogo dove sorge la dacia ma una cosa simile da un’altra parte mi piacerebbe eccome! L’idea della solitudine, non solo mentale, che ci si impone mi affascina. L’allontanarsi da tutto. Essere soli. Non alla ”Into the wild” che è una gran rottura di coglioni, anche se l’idea di abbandonare ogni cosa, lasciarsi alle spalle la vita è cosa buona e giusta. Un minimo di comodità serve, almeno l’elettricità. La possibilità di avere un computer e l’acqua, non dico calda, ma tiepida. Tornare a scrivere a mano…si, romantico e quello che volete ma non saprei rileggere nulla di ciò che ho scritto a mano. Ho perso la calligrafia, la cambio ogni giorno.
Secondo.
Avere la tranquillità tale per cui essere isolati da modo di far viaggiare la fantasia. Vivere in una società non la rende libera. Quando non si ha nessuno con cui parlare, nessuno da vedere allora si crea una società dentro la propria mente, fatta di demoni e angeli e persone comuni con cui parlare, che vivono una propria vita nella propria testa. Ci si discute, ci si innamora, si litiga e si fa amicizia. Persone destinate a rimanere ed altre costrette a lasciarci, a partire verso altri luoghi da cui non scriveranno mai più.
Per non impazzire bisogna inventare persone con cui parlare, da cui imparare, attraverso la scrittura.
Una società al di fuori della propria mente delimiterà e non farà mai sbocciare quella che si ha dentro di se. È naturale. I sensi sono costantemente attivi e tendono a definire come vero quello che si puo’ toccare, vedere, odorare.
Ma è poi davvero così vera? È davvero l’unica possibile e l’unica in cui poter vivere?
Mi piace pensare di no.
L’isolamento aiuta il processo creativo, per forza di cose. Bisogna darsi una regola. Scrivere per tot tempo al giorno, distrarsi il meno possibile, passare le giornate vivendo nella propria testa. Tralasciare ogni cosa che possa distrarre dalla propria fantasia.
Avrei bisogno di parecchio alcol, o almeno di fumo o/e erba. Aiuta ed è divertente.
Avrei bisogno di internet, senza porno non ci so stare.
E musica.
Farlo per un po’, magari non tutta la vita e poi tornare al mondo ripercorrendo e ritracciando le orme lasciate dal buon Bukowsky, cazzo dopo anni di monastero mi vorrei divertire.
Forse nemmeno ci si riuscirei a diventare un eremita per lo scrivere. Siamo animali sociali, ma onestamente non mi piace molto essere sociale. Perché doverlo essere per forza? Meglio soli, almeno la voglia di vedere sanguinare tutti i volti che si incrociano non ci sarebbe più. Niente volti niente sangue. Un passo alla volta forse. Un piccolissimo centro, lontani dalla monotonia della loro vita ma non troppo per avere compagnia quando ci si vuole fare un bicchiere. Poi magari allontanarsi sempre di più o tornare. Cercare di capire se è così naturale tornare alla calma o si è destinati alla frenesia.
Si rischia di tornare in città e fare una strage. Si rischia in ogni caso. Tanto vale provare a fermarsi prima, ci si guadagna in anni di vita. Male che va ci si alcolizza a morte , tanto la fine sarebbe la stessa. Preferisco bere vedendo le stelle che una coltre di smog. Si beve con gusto e piacere non per dovere e aiuto.
Caro Pasternack cercherò di finire di leggere il ”Dottor Zivago”, ci provo anche se cazzo se siete noiosi letterati Russi di fine novecento (non parliamo di quelli prima che sono deleteri) meno male che la tendenza è cambata.
Grazie Dj Stalingrad.
Cougar
«Le parole sono importanti»
«Il problema è la categorizzazione. Etimologia e definizione»
«cosa?»
«come potresti definire qualcosa che esiste ma è racchiuso in gruppo più ampio che non rende l’idea del soggetto dell’indagine linguistica?»
«che cazzo stai dicendo?»
«definire un qualcosa, un gruppo di persone che rientrano già in un insieme di persone però realmente fanno parte di un sottogruppo ancora non definito o almeno che io sappia»
«non ti seguo, prendi una birra»
«nel frigo?»
«e dove sennò? cazzo di rincoglionito»
«le parole sono importanti, sono giorni che sbatto la testa per trovare una cazzo di definizione per individuare un cazzo di gruppo sociale non categorizzato»
«e allora? Qual’è il problema?»
«c’è si un problema! La fottuta identità culturale e l’individuazione del singolo caratterizzato da comuni fattori nel gruppo ma che si dissocia da esso in maniera netta»
«ho smesso di seguire i tuoi discorsi da anni, ma continua pure. Ti ascolto. Prima però la cazzo di birra la vuoi prendere?»
«Etnografia, forse. O qualcosa del genere. Dov’è la birra?»
«fottiti me la prendo da solo»
In realtà di birra non ce n’era più.
Lasciò il suo amico davanti al computer googlando eventuali definizioni di un qualcosa ancora poco chiaro nella sua testa. Pensava ad altro. Ad un film visto giorni prima di cui non ricordava il nome e all’orario di chiusura del bar sotto casa.
Arrivato in cucina trovò il frigorifero vuoto.
«dio cane»
«cosa? Ce l’hai con me?» sentì dall’altra stanza la voce del categorizzatore.
«no, è finita la birra»
«e non c’è altro?»
«guardo».
Sbatté la porta del frigo ma essendo vuoto non fece il soddisfacente rumore di bottiglie che si incontrano e brindano.
Tornò in camera non a mani vuote.
«Ho trovato una bottiglia di vino. Non hai fatto la canne?»
«no, stavo cercando in google se ci fosse la parola che cercavo»
«ma di che cazzo stai parlando? Quale cazzo di parola?»
«ha presente le ”M.I.L.F”.?»
«si e allora?»
«e le ”mature”?»
«quelle vecchissime?»
«no quelle sono ”granny” dopo i settanta o che abbiano un nipote dimostrabile. Quelle prima, dai quarantacinque a cinquantanove»
«ah, si»
«poi ci sono le semplici ”mom” di solito il mezzo secolo ce l’hanno, all’incirca. Ed hanno figli»
«dimostrabili»
«esatto. C’è un buco però. Tra ”M.I.L.F.” e ”mom” e al limite ”mature”»
«sarebbe?»
Mettiamo una donna con età da ”M.I.L.F.” che però non ha figli, e magari è anche più giovane, dai trentasette ai quarantacinque. Non ha figli, non è sposata. Decisamente in anticipo per essere ”granny” e presto per essere ”mature”. Senza figli per essere una ”mother i like to fuck” e il dubbio sorge. Come si definisce?»
«Non lo so. ”B.G.T.F.”»
«sarebbe?»
«beatiful girl to fuck»
«troppo generico, potrebbe essere chiunque. Per ogni altra perversione c’è una definizione. Cazzo sono peggio della boxe dove si dividono per peso. Dalle ”chubby’ alle ”fatty” alle ”fat” per arrivare alle ‘tiny” e peggio ancora ”little tiny”. Mancano i pesi gallo e poi ci sono tutte»
«fa questa cazzo di canna»
«subito»
«ma come cazzo ti è venuto in mente?»
«l’altro giorno, una signora è venuta a lavoro. Bona. Ho pensato bella ”M.I.L.F.”! però non era sposata, era single e senza figli»
«e allora?»
«allora ho pensato: metti che me la scopo come lo dico?»
«cosa??»
«nel senso, potevo venire qui e dirti mi sono fatto una ”M.I.L.F.” però non sarebbe stato corretto. Avrei potuto aspettare dieci anni per dirtelo e uscirmene dicendo che mi ero fatto una ”mature” con dieci anni di ritardo. E comunque è retroattivo»
«ti devo mettere il parental control»
«vuoi vedermi morto, che cazzo farei quando non so che vedermi?»
«cazzeggiare senza porno?»
«non c’è più gusto»
«effettivamente»
«tieni appiccia la bomba, posso fare due cose insieme quando voglio»
«oltre a vedere uno schermo e farti le pippe. Bravo»
«grazie»
«e a che conclusione sei giunto?»
«su cosa?»
«sulla definizione, rincoglionito»
«ah, nessuna. Non trovo una parola o insieme di parole adatte per descrivere una situazione del genere. Ce ne sono anche parecchi di soggetti che rientrerebbero nella sotto-categoria incatalogabile. Momentaneamente. Maledetta la passione per le ”M.I.L.F.” o la notorietà che ha avuto. American pie dei miei coglioni»
«ma da lì è nata la parola?»
«no! C’era un cazzo di sito che non mi ricordo il nome in cui il tipo, sempre lo stesso, andava in giro e beccava tutte queste mamme americane vogliose e se le scopava»
«tipo Captain Stubbin’?»
«tipo però con le mamme. Mi sa che poi si sono fusi tutti con la Bang Bros. «Fico The Bang Bus»
«si! Ma stiamo divagando. Il cazzo di termine»
«non lo so adesso. Non mi viene niente. E se lasciamo andare così com’è?»
«Adesso è l’unica soluzione. Youporn non chiede nemmeno più aiuto per fare le categorie»
«già»
«appena troviamo il termine, diventiamo registi/ produttori/ attori e facciamo un sito!»
«alla conquista della rete»
«con tanto di scheda iniziale. Figli? no. Sposata? no. Nonna? no. Anni? Dai trentasette ai quarantacinque»
«rivoluzioniamo la pornografia»
«dovremmo uscire più spesso»
«forse. O prenderci una pausa»
«troppi porno dici? Ma cos’altro offre internet di divertente ed educativo? Cazzo faccio a casa quando non esco o non sto qua?»
«porno»
«già. Passa la bomba. Metto Pga Tour?»
«daje!»
Si fece l’alba e tra un ”double bogey” e sporadici birdie finirono il vino senza che la parola fosse trovata.
Dovettero passare molti anni prima che qualcuno la coniò.
E fu un successo.
Cougar….grazie Mr. Stinson.
Milanò
Personaggi
in cerca
di una storia.
Non è Milano.
La città è un solo un riferimento musicale. Nulla di più e nulla di meno. La nebbia potrebbe essere la stessa ma cambia regione e provincia nonostante il nome rimanga lo stesso.
Dolcemente comincia il pianoforte, scorre lento dentro il cuore.
Lo ammalia.
Lascia dietro di sé malinconia e speranza.
Due occhi verdi, profondi, entrano dentro il cuore. Si fissano senza lasciare scampo a qualunque altro colore o qualunque altra emozione.
Sono lì.
Vicini da poterli toccare e lontani da poter bramare solo il loro ricordo e la loro luce.
Questo è l’inizio adatto per un racconto erotico o un racconto amoroso.
Non è nulla di questo…
Se fosse un racconto erotico quegli occhi sarebbero intenti a baciarti o a leccarti il cazzo. Guardandoti.
Se fosse nostalgico penseresti solamente a quei colori che guardano dentro di te mentre assaporano il tuo uccello, mentre leccano ogni parte di te,
Invece è un racconto d’amore, di un’amore che mai si compirà nonostante la speranza.
Un amore nato in un momento e destinato a rimanere tale. Un momento, un solo attimo in cui il mondo si è fermato solo per noi. La Terra si è fermata per farci baciare, per far assaporare il sapore di quel gusto introvabile in nessun’altra bocca.
Stringersi la mano, tirarsi l’uno verso l’altro toccare le labbra con la lingua, leccare via tutte le sensazioni di quell’attimo, assimilarle per renderle uniche e perfette. Indissolubili.
«Una curva nella memoria.»
Si cerca l’eros dove è più difficile trovarlo, ci si attacca ai ricordi, alla memoria ed alle sue curve che non diventano tali. Si cerca un’istante, lo si fa proprio e tale riamane. Rimane un delirio di un ubriacone.
Rimane una speranza.
Un sogno mai raccontato, una canzone cantata senza voce.
Rimangono solo gli accordi e il ricordo di un momento.
Potrebbe essere un bel inizio per un racconto d’amore con venature erotiche. Potrebbe svolgersi in poche pagine. I protagonisti che crescono e coltivano dentro di loro un sogno simile, il desiderio di avere accanto l’altro li porterebbe ad incontrarsi di nuovo o per la prima volta.
Destino mascherato da caso. Si potrebbe farli stringere in un lungo abbraccio, un vortice dove la scena di sfondo ruota intorno a loro fino a portarli dentro un letto. Nudi intenti a fare l’amore a darsi piacere. Un tripudio di eros e dolcezza.
Potrebbe finire con il sole che sorge e i loro corpi nudi vicini, stretti pieni di eccitazione appagata e brividi per la notte appena passata. Gocce di sudore che le imperlano i capezzoli e i loro umori che permeano l’aria. L’odore di sesso appena compiuto. Il sole sorge e si baciano prima di dormire abbracciati. Un lieto fine che lascia una dolce speranza.
Potrebbe.
Rimane il desiderio ed il sogno che un giorno accada qualcosa di simile. Amore tormentato? Sarebbe bello non fosse tale ma è l’unico di cui riesco a scrivere. Quindi questa sarà una storia senza lieto fine. Si potrà credere verso la fine che qualcosa cambierà ma non ci sarà la lacrima di gioia forse non ci sarà nemmeno una lacrima. Rimarrà un’illusione, un sogno durato una notte che ancora non finisce, il sole non sorge ancora.
Personaggi in cerca di una storia da raccontare.
Dopo quello che sembra un minuto ad occhi chiusi gli occhi si riaprono, la luce fa male. Non ci sono più abituato eppure ho chiuso gli occhi un attimo. Vedo alcune sagome sopra di me, si vedono solo i contorni non capisco chi possa essere, ad un tratto le tende si chiudono ed è penombra, gli occhi riescono a capire che quelle sagome sono persone, faticosamente metto a fuoco. Sono volti che dovrebbero essermi familiare, o almeno credo sia così, non capisco perché sono tutti sopra di me chi piangendo, chi ridendo chi entrambe le cose. Li guardo, non li riconosco.
Solo un volto sembra familiare.
Mi accarezzano, ad alcuni cadono lacrime sul mio volto. Una lacrima mi tocca le labbra e la assaporo. In quel momento qualcosa torna alla mia mente.
«Conosco questo sapore. Ti ho già vista, era un sogno credo. Sentivo le tue mani sul mio volto, sentivo la tua voce e il sapore delle tue lacrime sulle mie labbra. Chi sei? Ti conosco.»
La voce era flebile e rotta dopo tutto il tempo stato in silenzio. Dormendo per lunghi anni. Nella testa la frase era fluida ma le corde vocali non erano più abituate a parlare. Con fatica sono riuscito a dire quelle parole.
Mi stringe la mano, troppo forte per come sono ridotto. Fa male più la testa e le immagini che scorrono veloci di quei occhi insieme a me della stretta forte e dolce sulla mia mano.
«Stavo sognando o sei reale? Ti conosco, ti ho amata e tu amavi me. Erano solo sogni? Chi sei?»
Si fanno delle scelte nella vita che possono risultare sbagliate in un primo momento per poi evolversi in una grande cazzata e quindi essere definite completamente sbagliate, succede. Alle volte queste decisioni sembrano sbagliate e magari in seguito diventano giuste ma non si può sapere, bisogna pazientare e aspettare per vedere cosa diventeranno. Non rimpiangere cosa si è scelto è la parte più complicata. Sperare che quello che si è scelto risulti la cosa migliore è l’unica soluzione e modo per potersi alzare la mattina e non piangere per essere andati via da quello che si amava…anche se alla fine era tutto nella testa…o forse era la paura che bloccava ogni tentativo di poter assaporare una realtà che era tale solo nel sogno. Dopotutto è più facile sognare un futuro insieme piuttosto che tentare. Il terrore di sentire un no o peggio ancora un lungo discorso sul bene, l’amicizia, il sentire che si è parte di «me» è ancora peggio di un no. Si sogna, si aspetta, si limonano altre persone, si toccano altri seni e si aspetta. Non so se esista un destino, ma se così fosse prima o poi quei due sentieri si incroceranno per non abbandonarsi mai più.
Venerdì
«Cosa stai facendo?»
La sua voce spezzò quel raro momento di intimità e la fece svanire, era quasi l’alba di un giorno uguale al precedente.
«Niente…mi ero svegliato e mi grattavo»
«torna a dormire, o alzati a fare la colazione. Prenditela comoda, è presto e voglio dormire almeno un’altra ora»
«Va bene. Vuoi dei cereali?»
«quello che vuoi. Basta che ci sia della caffeina. Ora lasciami dormire e vatti a grattare le palle da un’altra parte se proprio devi rimanere sveglio».
Ogni mattina cercava di masturbarsi silenziosamente struscandosi su di lei nel letto mentre dormiva ancora, era la cosa più vicina al sesso che poteva permettersi.
Non ci riusciva mai.
Si alzava, metteva su il caffè, si sedeva sul divano e iniziava a menarselo davanti alla televendita degli attrezzi per la ginnastica. Tapiroulant sensuali correvano veloci. Seni sodi immobili durante la corsa. Attrezzi che aiutavano a fare gli addominali mettendosi a pecorina.
Non riusciva a capire come poteva essere possibile ma ringraziava l’ingegnere che aveva inventato quell’attrezzo. Immaginava di tornare a casa e trovare sua moglie in quella posizione, sudata e con la tuta aderente che lasciava vedere la sua fica, bagnata dal sudore e dall’eccitazione di esibirsi in quella posa provocante.
Pensava di trovare la porta aperta, si immaginava come uno sconosciuto che trova la porta aperta ed entra per assicurarsi che fosse tutto a posto. Un bravo vicino premuroso e gentile.
Si sarebbe divertito.
La realtà era la TV accesa senza volume con in sottofondo il suono, pigro, delle sue mani che giocavano col suo sesso.
Ogni mattina.
La caffettiera che bolliva coincideva con la fine del suo divertimento e con la fine delle trasmissioni.
Si vergognava, non voleva che sua moglie scoprisse il suo piccolo segreto, dopo ave sborrato in un fazzoletto cambiava canale due volte in modo che se si fosse premuto il pulsante del canale precedente non ci sarebbe stato nulla di strano.
Sport e cinema. Come ogni mattina.
Le portava la colazione a letto, caffè con qualche biscotto in piatto ed un fiore appena colto.
«Aspetta per la doccia, fammi compagnia»
Ogni mattina lasciava sul comodino la colazione, le accarezzava i capelli, non avevano perso luce e vigore nonostante gli anni, si avvicinava e le dava un bacio sulla guancia, respirando il suo profumo.
La amava, lo aveva sempre fatto ma forse era diventata un’abitudine. Il suo cuore non palpitava più come prima quando la vedeva. Aveva una certezza nella vita, forse l’unica, che sua moglie era lì. Ogni mattina aprendo gli occhi l’avrebbe vista dormire.
L’amava, in qualche modo il suo cuore batteva ancora per lei, ormai erano simbiotici. Arrivò ad amare anche i momenti che passava masturbandosi sul divano mentre usciva il caffè, solo per vedere i suoi occhi. Immaginava non ci fossero distanze e caffettiere tra loro. Il bacio che le dava quando le portava la colazione era lo stesso che le avrebbe dato dopo aver fatto l’amore. Come se non si fosse mai alzato.
La voleva, qualche volta provava a farla eccitare. Le leccava, i lobi delle orecchie. Lei espirava sempre con più foga ma quando iniziava a indurirsi l’uccello lo scansava. Chiedeva scusa e lo baciava, sussurrava tra un bacio e l’altro – ti amo – chiudeva gli occhi e si voltava stringendogli la mano. Forte come se avesse avuto timore che potesse scappare.. Una volta soddisfaceva oralmente i suoi desideri qualche volta, oramai era solo sesso davanti ad una televendita.
«Va bene» le strinse la mano e la guardò negli occhi.
Sorrisero ed erano di nuovo giovani ed innamorati
Non dissero una parola, lei bevve il suo caffè sdraiata nel letto e mangiò i suoi biscotti, sorridendo ogni volta che un pezzo le sfuggiva dalla bocca. Lui la guardava, le sorrideva e ricordava le stesse identiche scene che lo fecero innamorare. Lei venti anni più giovane nella sua stanza e lui seduto accanto a lei a farle compagnia mentre si svegliava. Ogni volta arrivava tardi a lavoro ma era felice.
Adesso non aveva problemi di orario e avrebbe potuto stare accanto a lei ogni mattina a tenerle la mano mentre si svegliava.
L’abitudine aveva reso quel gesto quotidiano e la quotidianità l’aveva reso raro.
I loro cuori avevano rallentato i battiti in tutti quegli anni.
«Devo andare a farmi la doccia, sto facendo tardi» la baciò sulla fronte mentre lei continuava a masticare contenta e si alzò per andare al bagno.
Il tempo aveva vinto, arrivare in qualsiasi luogo in ritardo era diventato inaccettabile, prima era inaccettabile lasciarla ora era doveroso.
Avevano delle casse al bagno anni prima a cui collegavano ogni sorta di riproduttore musicale per sentire sempre qualcosa di diverso mentre erano sotto la doccia. Gli amplificatori erano stati sostituiti da una radio FM cristallizzata sempre sulla stessa frequenza che dava sempre gli stessi pezzi. Mantenevano i loro sogni e le loro curiosità ma quel tempio sacro che era il bagno dove scoprivano la musica dell’altro, si conformava al loro rapporto.
Senza alti, senza bassi, senza nuove melodie. Gli stessi suoni famigliari come il volto che vedevano appena svegli.
«Stasera dovrei tornare più tardi a casa, le colleghe mi hanno invitate ad un aperitivo per sole signore»
«bene, ti aspetto a casa. Forse mi faccio una birra prima di tornare»
«non bere troppo»
«tranquilla, giusto una birra se dovessi farlo».
Cercava di non bere più prima di tornare a casa, aveva iniziato con una birra ed era finito col tornare sbronzo qualche ora dopo barcollando e senza aver mangiato.
Una sera rientrò a casa ubriaco e vide la tavola apparecchiata le candele sulla tavola ormai alla fine, le luci soffuse e sua moglie vestita e truccata come non l’aveva mai vista. Era il loro anniversario e lui l’aveva dimenticato in fondo al bicchiere, o sulle cosce di una ragazza di dieci anni più giovani di lui. Non ricordava con precisione dove avesse perso la memoria.
Litigarono tutta la notte, a metà discussione riprese possesso delle sue facoltà e dovettero ricominciare a litigare perché non ricordava quello che si fossero detti fino a quel momento. Non trovava il filo.
Finirono a letto, stremati e scoparono come non avevano mai fatto. Da quella notte cercava di non superare mai il limite prima di cena. Aveva avuto paura che quella potesse essere la loro ultima notte.
La fortuna volle che non lo fosse.
Il coraggio di sua moglie fu l’artefice di tutto ma a lui piaceva pensare che ci fosse anche un pizzico di suo merito, quindi fortuna.
Presero un altro caffè in cucina, uno davanti all’altro. Fissavano il liquido nella tazza e meditavano sui cerchi che si formavano quando il loro soffio entrava in contatto con il liquido. Pensavano.
«Senti se stasera non faccio tardi ti andrebbe di andare al cinema o da qualunque parte?»
«va bene. Ti aspetto a casa e appena sei arrivata usciamo»
«per fare qualcosa insieme. Ti va?»
«certo»
«se arrivo troppo tardi o non ti va di uscire andiamoci domani»
«sei già sicura che arriverai tardi?»
«no, lo dicevo per ricordartelo ancora senza che passi troppo tempo prima che tu te ne dimentichi»
«va bene, ti aspetto ed usciamo»
«sicuro ti vada?»
«certo»
«allora aspettami e usciamo, se è tardi per un film ci andiamo a prendere una birra»
«meglio» sorrise
«una sola!»
«va bene, una sola….grande»
«stupido»
«tu»
Si guardarono negli occhi e sorrisero.
Posarono le tazze nel lavandino e si baciarono sulla porta prima di andare a lavorare.
Aspettò fino alle due di notte.
Alle dieci uscì per andare a comprare del gin. La camicia era stropicciata dopo le ore passate tra divano e letto. Aveva finito la bottiglia verso mezzanotte. La chiamò sul cellulare ma non rispose. Andò a prendere un’altra bottiglia in cantina. C’era del vino e del rum. Scelse il rum e lo bevve fino all’ultima goccia. Era ubriaco dopo il gin e l’ultima bottiglia lo rese violento. Lanciò le sedie della cucina contro il il frigorifero fino a romperle tutte, le poltrone erano squarciate. Tagli profondi in ogni parte, aveva esorcizzato la sua voglia di tagliare e vedere del sangue sfondando le poltrone e graffiandosi le braccia. Il sangue gocciolava sul tappeto. Ebbe paura di perdere conoscenza. Si fece un panino mentre col rum si disinfettava.
Era seduto su quello che rimaneva del salone con il sangue rappreso sulla camicia.
Sentì aprire la porta verso le tre. Era stanco ed ubriaco.
Litigarono ed urlarono. Si sentirono stanchi dopo poco.
Si misero a letto.
L’alba del sabato stava sorgendo, di nuovo.