«e poi boh…»
In fondo Pasternack non ha fatto poi così male a isolarsi volontariamente. Solo nella sua dacia a scrivere, cullato dal rumore del freddo vento di Russia.
Suppongo sia freddo a livelli imbarazzanti, specialmente d’inverno.
Cosa facesse durante le giornate non saprei. Scrivere si e poi? Avrà letto miliardi di libri, si sarà ubriacato tutte le sere con la vodka fatta in casa (spero per lui, giusto per mantenere una sanità mentale).
Cos’altro?
Inizialmente non concepivo questa sua volontaria fuga dall’umanità. Col passare del tempo comincio a comprenderla e ad accettarla ed invidiarla.
Solo nella tundra, nessuno nel raggio di molte Sažen’ ed il volo degli uccelli ad animare la giornata.
Ci sono uccelli nella tundra? Forse pochi ma ci devono essere!
Scopare non se ne parlava, magari qualche contadina di passaggio, drogarsi? Non so, di cosa poi? Almeno la vodka!
Lo invidio per due motivi.
Primo. Aveva una cazzo di dacia fuori Mosca.
Ora non sono un fanatico dell’est Europa, tutt’altro. Immensi campi di patate a perdita d’occhio. Una pianura Padana ancora più grande. ”Depressione caspica” come cantavano i CCCP, il Caspio è un po’ più lontano ma dai ricordi di geografia non è che ci sia molto altro di interessante. Non mi farebbe impazzire il luogo dove sorge la dacia ma una cosa simile da un’altra parte mi piacerebbe eccome! L’idea della solitudine, non solo mentale, che ci si impone mi affascina. L’allontanarsi da tutto. Essere soli. Non alla ”Into the wild” che è una gran rottura di coglioni, anche se l’idea di abbandonare ogni cosa, lasciarsi alle spalle la vita è cosa buona e giusta. Un minimo di comodità serve, almeno l’elettricità. La possibilità di avere un computer e l’acqua, non dico calda, ma tiepida. Tornare a scrivere a mano…si, romantico e quello che volete ma non saprei rileggere nulla di ciò che ho scritto a mano. Ho perso la calligrafia, la cambio ogni giorno.
Secondo.
Avere la tranquillità tale per cui essere isolati da modo di far viaggiare la fantasia. Vivere in una società non la rende libera. Quando non si ha nessuno con cui parlare, nessuno da vedere allora si crea una società dentro la propria mente, fatta di demoni e angeli e persone comuni con cui parlare, che vivono una propria vita nella propria testa. Ci si discute, ci si innamora, si litiga e si fa amicizia. Persone destinate a rimanere ed altre costrette a lasciarci, a partire verso altri luoghi da cui non scriveranno mai più.
Per non impazzire bisogna inventare persone con cui parlare, da cui imparare, attraverso la scrittura.
Una società al di fuori della propria mente delimiterà e non farà mai sbocciare quella che si ha dentro di se. È naturale. I sensi sono costantemente attivi e tendono a definire come vero quello che si puo’ toccare, vedere, odorare.
Ma è poi davvero così vera? È davvero l’unica possibile e l’unica in cui poter vivere?
Mi piace pensare di no.
L’isolamento aiuta il processo creativo, per forza di cose. Bisogna darsi una regola. Scrivere per tot tempo al giorno, distrarsi il meno possibile, passare le giornate vivendo nella propria testa. Tralasciare ogni cosa che possa distrarre dalla propria fantasia.
Avrei bisogno di parecchio alcol, o almeno di fumo o/e erba. Aiuta ed è divertente.
Avrei bisogno di internet, senza porno non ci so stare.
E musica.
Farlo per un po’, magari non tutta la vita e poi tornare al mondo ripercorrendo e ritracciando le orme lasciate dal buon Bukowsky, cazzo dopo anni di monastero mi vorrei divertire.
Forse nemmeno ci si riuscirei a diventare un eremita per lo scrivere. Siamo animali sociali, ma onestamente non mi piace molto essere sociale. Perché doverlo essere per forza? Meglio soli, almeno la voglia di vedere sanguinare tutti i volti che si incrociano non ci sarebbe più. Niente volti niente sangue. Un passo alla volta forse. Un piccolissimo centro, lontani dalla monotonia della loro vita ma non troppo per avere compagnia quando ci si vuole fare un bicchiere. Poi magari allontanarsi sempre di più o tornare. Cercare di capire se è così naturale tornare alla calma o si è destinati alla frenesia.
Si rischia di tornare in città e fare una strage. Si rischia in ogni caso. Tanto vale provare a fermarsi prima, ci si guadagna in anni di vita. Male che va ci si alcolizza a morte , tanto la fine sarebbe la stessa. Preferisco bere vedendo le stelle che una coltre di smog. Si beve con gusto e piacere non per dovere e aiuto.
Caro Pasternack cercherò di finire di leggere il ”Dottor Zivago”, ci provo anche se cazzo se siete noiosi letterati Russi di fine novecento (non parliamo di quelli prima che sono deleteri) meno male che la tendenza è cambata.
Grazie Dj Stalingrad.