Venerdì

«Cosa stai facendo?»
La sua voce spezzò quel raro momento di intimità e la fece svanire, era quasi l’alba di un giorno uguale al precedente.
«Niente…mi ero svegliato e mi grattavo»
«torna a dormire, o alzati a fare la colazione. Prenditela comoda, è presto e voglio dormire almeno un’altra ora»
«Va bene. Vuoi dei cereali?»
«quello che vuoi. Basta che ci sia della caffeina. Ora lasciami dormire e vatti a grattare le palle da un’altra parte se proprio devi rimanere sveglio».
Ogni mattina cercava di masturbarsi silenziosamente struscandosi su di lei nel letto mentre dormiva ancora, era la cosa più vicina al sesso che poteva permettersi.
Non ci riusciva mai.
Si alzava, metteva su il caffè, si sedeva sul divano e iniziava a menarselo davanti alla televendita degli attrezzi per la ginnastica. Tapiroulant sensuali correvano veloci. Seni sodi immobili durante la corsa. Attrezzi che aiutavano a fare gli addominali mettendosi a pecorina.
Non riusciva a capire come poteva essere possibile ma ringraziava l’ingegnere che aveva inventato quell’attrezzo. Immaginava di tornare a casa e trovare sua moglie in quella posizione, sudata e con la tuta aderente che lasciava vedere la sua fica, bagnata dal sudore e dall’eccitazione di esibirsi in quella posa provocante.
Pensava di trovare la porta aperta, si immaginava come uno sconosciuto che trova la porta aperta ed entra per assicurarsi che fosse tutto a posto. Un bravo vicino premuroso e gentile.
Si sarebbe divertito.
La realtà era la TV accesa senza volume con in sottofondo il suono, pigro, delle sue mani che giocavano col suo sesso.
Ogni mattina.
La caffettiera che bolliva coincideva con la fine del suo divertimento e con la fine delle trasmissioni.
Si vergognava, non voleva che sua moglie scoprisse il suo piccolo segreto, dopo ave sborrato in un fazzoletto cambiava canale due volte in modo che se si fosse premuto il pulsante del canale precedente non ci sarebbe stato nulla di strano.
Sport e cinema. Come ogni mattina.
Le portava la colazione a letto, caffè con qualche biscotto in piatto ed un fiore appena colto.
«Aspetta per la doccia, fammi compagnia»
Ogni mattina lasciava sul comodino la colazione, le accarezzava i capelli, non avevano perso luce e vigore nonostante gli anni, si avvicinava e le dava un bacio sulla guancia, respirando il suo profumo.
La amava, lo aveva sempre fatto ma forse era diventata un’abitudine. Il suo cuore non palpitava più come prima quando la vedeva. Aveva una certezza nella vita, forse l’unica, che sua moglie era lì. Ogni mattina aprendo gli occhi l’avrebbe vista dormire.
L’amava, in qualche modo il suo cuore batteva ancora per lei, ormai erano simbiotici. Arrivò ad amare anche i momenti che passava masturbandosi sul divano mentre usciva il caffè, solo per vedere i suoi occhi. Immaginava non ci fossero distanze e caffettiere tra loro. Il bacio che le dava quando le portava la colazione era lo stesso che le avrebbe dato dopo aver fatto l’amore. Come se non si fosse mai alzato.
La voleva, qualche volta provava a farla eccitare. Le leccava, i lobi delle orecchie. Lei espirava sempre con più foga ma quando iniziava a indurirsi l’uccello lo scansava. Chiedeva scusa e lo baciava, sussurrava tra un bacio e l’altro – ti amo – chiudeva gli occhi e si voltava stringendogli la mano. Forte come se avesse avuto timore che potesse scappare.. Una volta soddisfaceva oralmente i suoi desideri qualche volta, oramai era solo sesso davanti ad una televendita.
«Va bene» le strinse la mano e la guardò negli occhi.
Sorrisero ed erano di nuovo giovani ed innamorati
Non dissero una parola, lei bevve il suo caffè sdraiata nel letto e mangiò i suoi biscotti, sorridendo ogni volta che un pezzo le sfuggiva dalla bocca. Lui la guardava, le sorrideva e ricordava le stesse identiche scene che lo fecero innamorare. Lei venti anni più giovane nella sua stanza e lui seduto accanto a lei a farle compagnia mentre si svegliava. Ogni volta arrivava tardi a lavoro ma era felice.
Adesso non aveva problemi di orario e avrebbe potuto stare accanto a lei ogni mattina a tenerle la mano mentre si svegliava.
L’abitudine aveva reso quel gesto quotidiano e la quotidianità l’aveva reso raro.
I loro cuori avevano rallentato i battiti in tutti quegli anni.
«Devo andare a farmi la doccia, sto facendo tardi» la baciò sulla fronte mentre lei continuava a masticare contenta e si alzò per andare al bagno.
Il tempo aveva vinto, arrivare in qualsiasi luogo in ritardo era diventato inaccettabile, prima era inaccettabile lasciarla ora era doveroso.
Avevano delle casse al bagno anni prima a cui collegavano ogni sorta di riproduttore musicale per sentire sempre qualcosa di diverso mentre erano sotto la doccia. Gli amplificatori erano stati sostituiti da una radio FM cristallizzata sempre sulla stessa frequenza che dava sempre gli stessi pezzi. Mantenevano i loro sogni e le loro curiosità ma quel tempio sacro che era il bagno dove scoprivano la musica dell’altro, si conformava al loro rapporto.
Senza alti, senza bassi, senza nuove melodie. Gli stessi suoni famigliari come il volto che vedevano appena svegli.
«Stasera dovrei tornare più tardi a casa, le colleghe mi hanno invitate ad un aperitivo per sole signore»
«bene, ti aspetto a casa. Forse mi faccio una birra prima di tornare»
«non bere troppo»
«tranquilla, giusto una birra se dovessi farlo».
Cercava di non bere più prima di tornare a casa, aveva iniziato con una birra ed era finito col tornare sbronzo qualche ora dopo barcollando e senza aver mangiato.
Una sera rientrò a casa ubriaco e vide la tavola apparecchiata le candele sulla tavola ormai alla fine, le luci soffuse e sua moglie vestita e truccata come non l’aveva mai vista. Era il loro anniversario e lui l’aveva dimenticato in fondo al bicchiere, o sulle cosce di una ragazza di dieci anni più giovani di lui. Non ricordava con precisione dove avesse perso la memoria.
Litigarono tutta la notte, a metà discussione riprese possesso delle sue facoltà e dovettero ricominciare a litigare perché non ricordava quello che si fossero detti fino a quel momento. Non trovava il filo.
Finirono a letto, stremati e scoparono come non avevano mai fatto. Da quella notte cercava di non superare mai il limite prima di cena. Aveva avuto paura che quella potesse essere la loro ultima notte.
La fortuna volle che non lo fosse.
Il coraggio di sua moglie fu l’artefice di tutto ma a lui piaceva pensare che ci fosse anche un pizzico di suo merito, quindi fortuna.
Presero un altro caffè in cucina, uno davanti all’altro. Fissavano il liquido nella tazza e meditavano sui cerchi che si formavano quando il loro soffio entrava in contatto con il liquido. Pensavano.
«Senti se stasera non faccio tardi ti andrebbe di andare al cinema o da qualunque parte?»
«va bene. Ti aspetto a casa e appena sei arrivata usciamo»
«per fare qualcosa insieme. Ti va?»
«certo»
«se arrivo troppo tardi o non ti va di uscire andiamoci domani»
«sei già sicura che arriverai tardi?»
«no, lo dicevo per ricordartelo ancora senza che passi troppo tempo prima che tu te ne dimentichi»
«va bene, ti aspetto ed usciamo»
«sicuro ti vada?»
«certo»
«allora aspettami e usciamo, se è tardi per un film ci andiamo a prendere una birra»
«meglio» sorrise
«una sola!»
«va bene, una sola….grande»
«stupido»
«tu»
Si guardarono negli occhi e sorrisero.
Posarono le tazze nel lavandino e si baciarono sulla porta prima di andare a lavorare.
Aspettò fino alle due di notte.
Alle dieci uscì per andare a comprare del gin. La camicia era stropicciata dopo le ore passate tra divano e letto. Aveva finito la bottiglia verso mezzanotte. La chiamò sul cellulare ma non rispose. Andò a prendere un’altra bottiglia in cantina. C’era del vino e del rum. Scelse il rum e lo bevve fino all’ultima goccia. Era ubriaco dopo il gin e l’ultima bottiglia lo rese violento. Lanciò le sedie della cucina contro il il frigorifero fino a romperle tutte, le poltrone erano squarciate. Tagli profondi in ogni parte, aveva esorcizzato la sua voglia di tagliare e vedere del sangue sfondando le poltrone e graffiandosi le braccia. Il sangue gocciolava sul tappeto. Ebbe paura di perdere conoscenza. Si fece un panino mentre col rum si disinfettava.
Era seduto su quello che rimaneva del salone con il sangue rappreso sulla camicia.
Sentì aprire la porta verso le tre. Era stanco ed ubriaco.
Litigarono ed urlarono. Si sentirono stanchi dopo poco.
Si misero a letto.
L’alba del sabato stava sorgendo, di nuovo.

 

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