Il cinno vendicatore

Il fascino che esercitava quel ragazzo non l’aveva mai capito.
Era un ragazzo come molti, una bellezza borghese. Somigliava al figlio del Rossi. Capelli mori, media lunghezza, a vent’anni con la Mercedes sfoggiando la polo verde, sua solita maglia. Un futuro in politica, gettato nella folle idea del padre. In una parola ‘secessione’.
Le ricordava quel Rossi. Però il Rossi politico non le dava la stessa sensazione di umidità che le dava lui. Il carattere era simile, guerrieri per la causa secessionistica.
Uno un po’ meno dell’altro per ovvie ragioni.
Aveva sedici anni. Famiglia benestante. Un futuro brillante davanti e un glorioso passato alle spalle vantava medici, ingegneri, uomini insigniti della croce al merito, professori, un rettore e due filosofi, questi ultimi però nel lontano cinquecento.
Non che lei avesse qualcosa meno rispetto al borghesissimo palmarès che vantava il suo amato.
Però a scuola in quella statale.
Proprio qui iniziò l’amore, non corrisposto ovviamente.
Anche se di nobili origini borghesi come tutti a quell’età s’inizia a pensare all’amore ma giocare e gli amici rendono difficili questi primi approcci. Frutto troppo acerbo perché sia colto. Per lui ovviamente.
Lei lo guardava e le piaceva ancora non lo conosceva.
Arrivò la primavera, non per amore, ma, vuoi gli odori e stare più fuori che a casa e parecchi ormoni nell’aria dovuti ai suoi vestiti sempre più leggeri ed iniziarono a conoscersi.
Uscivano insieme il pomeriggio prima il gruppo della classe, tutti insieme in centro. Lunghe camminate, soste nei negozi e poi un solo grido: Il gelato Lì!
Si guardavano, ogni tanto due parole ma poi erano riassorbiti dai due gruppi formatesi.
Non badavano a sentire dove erano diretti, si cercavano.
Andavano venivano ogni tanto si trovavano e qualche volta parlavano.
Si ritrovarono proprio lì, dove dovevano essere da quando erano usciti da casa. Lo sapevano che sarebbero arrivati lì e intendevano stare vicini, così da poter parlare.
Lui aveva pensato a chiederle di uscire, solo loro. Pensava già al momento in cui la avrebbe baciata e sentito le sue forme sotto il vestito leggero. I suoi polpastrelli trepidavano e la sua lingua non la smetteva di emettere saliva. Aveva mangiato un pacchetto di gomme in due ore.
Lei aveva pensato di chiedergli di uscire, voleva baciarlo ma non andare oltre almeno la prima volta, voleva sapere chi stava baciando, di chi e cosa sentiva di innamorarsi. Era solo chimica o c’era altro, sperava ci fosse altro, voleva ci fosse altro. Voleva innamorarsi e avere il ragazzo. Voleva sentirsi più grande di quello che era, sentiva di essere grande e di poter amare. Col pudore che non sembrava volesse mostrare di avere.
“Pistacchio e pinoli senza panna”.
“Non ti piace la panna?”

– o non la prendi perché non ti piace? Se è per un puro fatto di gusto, mi trovo d’accordo ma se è per un fatto estetico pensando la panna ingrassi non lo trovo giusto. Negarsi un piccolo piacere pensando di voler migliorare qualcosa che non ha nulla da essere cambiato. Non hai bisogno di stare a dieta. Sei bella così come sei -.

“Per me Pistacchio e yogurt”
“Abbiamo una cosa in comune”
Sorrise, pago i due gelati e la guardò scegliere i suoi gusti.
“Signorina, prego, il suo gelato.”
“Sì, grazie. Scusi è troppo tardi per un po’ di panna?”
“Costa un euro in più”
“Tenga l’euro, la prossima volta te lo pago già con l’aggiunta di panna”.

Era rimasta senza parole, il suo sorriso ed i suoi occhi, poteva essere qualcosa con cui andare cautamente. Ritrovò la sua razionalità cercando di evitare di baciarlo appena avesse riaperto bocca per dire qualsiasi cosa. Se non fosse stata razionale, non avrebbe mai capito se veramente lo amava o era solo una questione fisica.
“Mi piaci” sussurrò mentre prendeva il gelato e andava verso di lui. Uscirono si guardarono intorno, due minuti dopo lui aveva già individuato un posto, dove poter stare da soli e seduti.
“Andiamo lì?” indicando una piccola piazzetta con quattro alberi al centro.
Lei lo seguì aveva capito cosa avrebbe fatto. Non avrebbe più ascoltato una parola di quello che avrebbe detto, voleva solo guardarlo ed aspettare il momento in cui lui l’avrebbe baciata.
Seguì un lungo monologo suo. Lei più lo guardava più le piaceva ma purtroppo li avevano scoperti quindi addio bacio. Risate occhiolini e il solito su racconta. E furono di nuovo divisi.
Fortunatamente dopo lunghe ricerche e numerosi studi, informatici, scienziati e anni nel 1991, Tim Berners-Lee definì il protocollo HTTP. Iniziò l’era che quella noi definiamo e vediamo come internet.
Concordarono l’appuntamento via mail per il giorno dopo alle quattro sotto le palle di Nettuno.
Il programma era passeggiata, gelato, panchina e bacio. Lo stesso per entrambi.
Il suo vestito a piccoli fiori blu stampati su lino bianco era meravigliosamente splendido su di lei. Infradito che ricordavano calzari romani le stringhe che legavano la parte della caviglia. Era splendida capelli fino alle spalle neri lisci. Era bellissima ed elegante. Dimostrava vent’anni.
Si salutarono normalmente come ogni giorno. Camminarono per un’ora a vedere vetrine.
A ogni negozio d’intimo la immaginava in lingerie e arrivavano puntuali i primi segni di erezione. Il padre sperava, per il vessillo di famiglia del figlio, che avesse lustri più degni persino del nonno, noto donnaiolo. Era convinto dell’estrema grandezza e potenza del suo membro che contava, dopo l’esaminazione solitaria della sera prima, ben ventitré peli, per lo più sparsi.
Aveva bisogno di quel gelato il prima possibile. Aveva delle labbra perfette non troppo pronunciate né troppo piccole. Rasentavano la perfezione e la sua lingua la pensava adornata da un piercing sulla lingua come segno di potenza. Più belle non ne aveva mai viste. Vederla leccare il pistacchio lo mandava in estasi però questa volta avrebbe potuto essere lui l’altro gusto da leccare.
Con quest’immagine nella mente lui la strinse a se e la portò a prendere un gelato.
Altra estrema convinzione che aveva marchiato a fuoco la stessa mano del suo illustre padre era il far mai pagare a una ragazza. Aveva elargito ben 50 euro, una decina per il gelato altri dieci per varie ed eventuali i restanti come segno di ammirazione e approvazione. Così mostrava la sua felicità per quello che faceva il figlio.
Si baciarono poco dopo aver finito la panna i gusti sempre li stessi.
Erano rapiti da quel bacio, lei estasiata lui in erezione dai venti minuti precedenti con l’immagine di lei ed il gelato.
Il frutto era colto ma il tempo per continuare ad assaporarlo poco. Lei alle sei doveva essere a casa c’era una presentazione di un qualche genere e doveva andare i suoi lo avevano imposto. Non le interessava quello che voleva erano le due ore che le avevano sottratto, impunemente, dal solito orario di coprifuoco. Voleva quelle due ore. Le avrebbe pretese appena sarebbe arrivata l’imminente cena di classe.
Presero il 13 insieme lui la accompagnò a casa sia per essere galante sia per pavoneggiarsi se avesse visto qualcuno che conosceva.
Salirono, il bus era pieno tranne un posto ma era occupato da una borsa. Pensò fosse della persona seduta al seggiolino di fronte e la guardo con disprezzo pensando alla sua maleducazione.
Il cavaliere tirò giù il posto dedicato a chi ha il passeggino, si sedette con lei sulle sue gambe poteva sentire le cosce ed il suo sedere, c’era solo caro tessuto tra i loro corpi. Lei lo teneva con un braccio attorno al suo collo, lo baciava sulla guancia, sfregava il volto su il suo, lui le cingeva la vita.

Una vecchia moldava camminando dal fondo arrivo al posto in oggetto lo toccò per assicurarsi fosse pulito e si sedette.
Passano i portici e le porte, una ragazza dell’est punkabestia sale poco prima della loro fermata. Qualcuno prenota la fermata degli amanti, loro non avrebbero mai spinto quel bottone e sarebbero scesi la fermata successiva per rubare cinque minuti d’amore. La ragazza salita poco prima si avvicina alla vecchia moldava e senza apperente intesa afferra la borsa della spesa della signora e si avvia all’uscita.
Lui si alzò, la punkabestia aveva appena preso in mano la busta, braccia larghe e corpo pronto ad afferrare quella ladra, per di più extracomunitaria. Che fosse la vera padrona della busta e che fosse andata solo a fare un giro in centro prima di ricongiungersi con la madre sul bus non aveva importanza.
Restò così, sbarrando l’uscita, fino a quando capì che non era una ladra, lei in piedi che teneva la sua borsa e la madre che guardava.
Un bacio si può sacrificare, il tempo per lui di capire che la ladra non esisteva e che il suo tentativo di mostrare anche la sua forza era andato a vuoto era impagabile, avrebbe fatto di tutto per essere l’eroe, il suo eroe. Il 13 frenò.

“Mi fai passare o resti lì impalato?” la punkabestia.
“Permesso, dai Kerin sbrigati a scendere che ho da fare” la madre.
“…si…scusate..” l’amante, spostandosi e guardando la sua amata.
“Devo scendere per forza è troppo tardi. Ci sentiamo domani?” la ragazza dei sogni, scende e manda un bacio soffiandolo via dalla mano.

Le porte si chiusero e finalmente vide dove andava a finire il bus numero 13.

Si sarebbero rivisti da soli soltanto anni dopo. Lui carriera fenomenale nel partito secessionista, lei dopo aver cercato la via della ribellione sociale aveva preferito tornare nel caldo nido che l’aveva covata, tutti sapevano che sarebbe tornata e diventata quello che ci si aspettava da lei, come tutti i borghesi. Manteneva un po’ di ribellione nei suoi studi filosofici.
Le ultime notizie li danno felicemente amanti, lui è sposato nonostante sostenga nei suoi discorsi di credere nella famiglia, lei ha avuto un posto come segretaria al ministero dei beni culturali.
Tutti sono felici.
Lo sfavillante futuro che si auspicavano tutti è arrivato.
La vecchia moldava continua a sopravvivere a lavorare e a prendere il 13, è stata oggetto di aggressioni a sfondo razziale solo una volta da parte di un ragazzo. Ancora si chiedeva perché se la prendeva con lei quando in realtà doveva solo uscire e trovare qualcuno da baciare.

Lascia un commento