Intermezzo
«Bisogna chiavarla, fratello,
e chiavarla bene;
non vedo altro mezzo
per convertirla»
Un lungo divano, rosso, una colonna o quello che potrebbe sembrare nell’oscurità anch’essa rossa, sono gli unici colori visibili in questo nero.
I polsi erano legati con delle manette, erano strette e le facevano quasi fermare il sangue, cominciava a non sentire più le dita.
Come se ci fosse differenza.
Era nuda solo un cappotto la copriva e chi la stringeva a se, da dietro, era anche colui che le puntava la luce negli occhi.
«Cammina troia»
Non poteva rispondere alle sue parole una costrizione vocale nella sua bocca. Una pallina, con dei lacci le impediva di parlare, era con la bocca aperta e costretta a leccare la sua voglia su quella pallina dal sapore di plastica e saliva
Le uniche cose che le potevano uscire dalla bocca erano gemiti. Di piacere.
Le piaceva essere costretta a godere senza poter far nulla se non bagnarsi e venire in continuazione.
Ma la cecità e il sapere dove fosse la preoccupava.
«Chi saranno? Perché mi stanno facendo questo, cosa vogliono?» . Immediatamente finiva ogni preoccupazione al suone delle dolci parole del suo padrone, nella sua mente lo aveva collocato al di sopra di lei unico a poter decidere se lei dovesse venire o no.
«Cammina lurida cagna» quelle parole le facevano dimenticare la paura e rimpiazzavano il terrore con l’eccitazione, era completamente bagnata avrebbe voluto toccarsi o toccare qualcosa, un cazzo anche due o una fica. Qualunque cosa e stringerla tra le mani, accarezzare sentirlo venir duro o sentirla schiudersi tra le sue dita. Passare le unghie fatte quella mattina stessa, graffiando delicatamente le palle di chiunque volesse scoparla, piantarle nei seni sodi della ragazza che le sbatterà la fica in faccia. Cercava di raggiungere il cazzo dell’uomo che la cingeva ma non riusciva a far arrivare le due dita nemmeno ai pantaloni. Smaniava, simulava una sega, qualunque cosa potesse toccare l’avrebbe fatta venire, di nuovo.
Continuava a camminare nell’oscurità della troppa luce senza sapere dove stesse andando. Seguiva, nel precedere il suo padrone, senza obbiettare nella speranza di venire soddisfatta da centinaia di mani, di lingue e di cazzi.
Venne messa sul divano rosso.
Solo quelle macchie rosse e figure indistinte davanti a lei. Uomini? Donne? Chi erano? Erano molti e lei era ancora legata per i polsi. Un uomo si avvicino e le slaccio la pallina dalla bocca poteva finalmente deglutire e leccarsi le labbra e chiudere a bocca per un attimo.
Un uomo si alzo dal lungo divano rosso e le lego al collo un collare.
Era a sdraiata su di un pouf, le gambe aperte, era a pecora.
La strattonò verso di lui. Cadde con per terra, l’uomo tiro il collare per farla alzare, ora era in ginocchio gli occhi stavano iniziando a recuperare i colori e le immagini, una donna le se avvicino e delicatamente le tolse la benda. Le sussurrò nell’orecchio «Benvenuta, voglio vedere tutti con in tuoi bei occhi verdi». Le prese tra le dita la bocca e la strinse.
«Ti troverai bene stasera non ti faremo mancare nulla, abbiamo tutto quello che serve per farti godere da morire. Solo stanotte e mai più» parlava nel suo orecchio mentre le accarezzava i capelli.
Cercò di dire qualche parola ma la donna le premette la mano sulla bocca. Passando all’altro orecchio le sussurrò di nuovo: «non parlare, lascia fare a noi, siamo qui per godere e soddisfare le nostre voglie e fare in modo che dopo stasera tu non possa mai dimenticare stanotte e tutto quello che abbiamo fatto per te»
La donna si allontanò e la lasciò per terra, con le gambe mezze aperte e ancora a pecorina. Non era riuscita a chiudere gli occhi mentre le parlava, era ammaliata, il suo suono era entrato direttamente nel cervello facendole dimenticare tutto. Era lì perché l’avevano scelta per farla godere per tutta la notte. Proprio lei che fino alla mattina era la ragazza che sognava questo solo la sera quando tornava a casa e si concedeva all’affetto del suo ”bunny” per una buona mezz’ora, il tempo di venire ed entrare nel sogno delle sue fantasie.
Tenne chiusi gli occhi per alcuni secondi e sentì della stoffa sul suo volto, seta nera e lentamente la bendarono.
«Stiamo per cominciare puttana» era una voce lontana, più lontana delle ombre che aveva visto intorno a lei a dovuta distanza.
– qualcuno pronto a fare foto o filmati?- pensò – meglio.
Ogni domanda scomparve era di nuovo bagnata.
Era lì a quattro zampe che aspettava che qualcuno si avvicinasse per cominciare a baciarla o toccarla o almeno sculacciarla ma nessuno si avvicinò. Era lì pronta per essere usata e sbattuta e nessuno aveva preso ancora l’iniziativa. Sentiva le loro voci che parlavano tra loro, silenziosamente. Si sentiva come un centrotavola al centro dei loro sguardi e desideri ma nessuno iniziava.
– Forse non sono ancora tutti – le passo per la mente che le sei ombre o sette che aveva visto stessero aspettando altri ospiti – se non sono tutti e aspettano ospiti, allora sarò il loro buffet del piacere, speriamo arrivino presto, voglio essere scopata -.
Non riusciva a sentire cosa dicessero, non capiva nemmeno se stessero parlando di lei, sperava stessero parlano delle ali tatuate che aveva sopra la fica e di quanto la rendevano porca. Aveva ricevuto uno sconto del 10% dal tatuatore che le aveva fatte. Mentre disegnava lo guardò negli occhi e li disse «puoi leccarmela se vuoi, se ti piace puoi provare a mettermi il tuo cazzo in bocca, non te ne pentirai» non se le fece ripetere una seconda volta e se la scopò sulla poltrona dove l’aveva da poco marchiata. Non osò mai baciarla o stringerla, semplicemente la scopava, nella bocca o dove volesse senza guardala negli occhi. Venne sulle sue tette, si rimise l’uccello nei pantaloni mentre si girava per andare verso il bagno, lei tentò di sedurlo ed eccitarlo di nuovo aspettandolo lì sdraiata e raccogliendo lo sperma con le dita e leccandole avidamente. Non la degnò di uno sguardo nemmeno in quel caso. Si limitò a guardarle le tette e dirle «Appena hai finito datti una sciacquata di là, gli asciugamani sono puliti. Tra un quarto d’ora ho un’altra cliente»
Non smise di leccare la sua sborra, aveva voglia di leccarla, il sapore le piaceva, le prolungava l’orgasmo, glielo facilitava. Lui se ne andò e chiuse dietro di se la porta dello studio. Si andò a lavare velocemente, si rivestì e pagò il conto già scontato.
Le aveva anche fatturato la scopata. Sconto del 10%.
«Ma è quello che sconti di solito o sono stata così brava da avere questa galanteria?»
Non rispose alla sua provocazione, ha ancora voglia di cazzo e non le importava se fosse di nuovo lui. O solo il suo cazzo visto che non sapeva nemmeno se avesse degli occhi che la guardassero desiderandola mentre la scopava, sperava di si.
Era passata una settimana da quell’incontro senza coinvolgimenti mentali senza aver toccato alcun organo riproduttivo di alcun tipo, tranne il suo, ed ora eccola lì a quattro zampe mezza nuda, un gruppo di uomini ed almeno una donna e nessuno che prendeva la prendeva in considerazione. – Non è più Natale – si disse. E la fica cominciò ad asciugarsi lentamente.
Anche se bendata riuscì a capire dove l’avevano lasciata era una stanza enorme, scura c’erano tre divani a formare una grande U e lei era in mezzo su un enorme morbido e vellutato pouf, avrebbe potuto sdraiarsi e ma la voglia di mantenere la fica umida nella speranza di essere resto essere degna di attenzioni prevalse e rimase a pecorina, dimenando un po’ il culo sperando attrarre qualche attenzione da qualcuno stanco di aspettare gli altri ospiti. Pensò che stessero aspettando qualcun altro altrimenti non riusciva a spiegarsi tutta quell’attesa, anche loro dovevano essere eccitati e vogliosi di abusare del suo corpo.
Principio
«Perché così solo?
Perché non partecipi
al ballo?»
La giornata era iniziata male, la sveglia non aveva suonato e il tempo per radersi ed il tempo per farsi la doccia era andato a farsi fottere. Avrebbe potuto radersi in ufficio, teneva una rasoio e della schiuma da barba in ufficio, in caso di emergenza o nell’eventualità che un giorno potesse tornare utile a lui o ad un suo collega.
– Sei previdente, sei bravo – lo pensò mentre si lavava i denti di fretta. Si andò a vestire di corsa, i primi vestiti che trovò. L’armadio era ordinato e ad ogni camicia era abbinata una giacca e un paio di pantaloni, tutto sistematicamente ordinato e studiato in una lunga estate di afa e noia. Chiuse la porta di casa ed uscì, una doccia gli avrebbe giovato a prendere lo slancio per la lunga giornata. Era venerdì e probabilmente non sarebbe tornato a casa dopo il lavoro per prepararsi ed uscire.
Le cuffie nelle orecchie lo distoglievano dal rumore della gente che affollava la metropolitana, li guardava e sorrideva e dentro di se li odiava, quelle stesse facce tutte uguali che vedeva ogni giorno.
Si nascondeva in mezzo a loro.
Sorrideva mentre la musica rombava nelle orecchie.
Anche il treno era in ritardo come lui, a metà della banchina una ragazza in tacchi andava tempo di musica con la testa, i capelli le ondeggiavano delicatamente, le accarezzavano il viso e facevano intravedere le orecchie, delicate quasi perfette, uscivano dai ricci biondi e si nascondevano ad ogni basso che le entrava nei timpani, un invito a leccarle. I piedi segnavano un tempo sincopato, le coscia si induriva e mostrava tutta la sua gioventù e forza. I seni erano immobili, piccoli ben fatti e dalla maglia usciva un accenno di capezzolo. La guardava con la ventiquattrore nelle mani davanti a lui. Sorrideva e la fissava, lei sembrava non accorgersi di nulla, gli occhi erano fissi in un punto indefinibile tra la punta delle sue scarpe e la linea gialla.
Tra di loro tanti pezzi di carne, inutili e immobili come dal macellaio. Fissavano la scritta con il nome della fermata senza voltarsi o fare nulla, alcuni fissavano gli schermi che davano notizie che altri leggevano.
Continuava a fissarla sorridendo e immaginando di spogliarla, prenderla e scoparla, lì sulla banchina, premuta sulla pubblicità di una università telematica, le avrebbe tirato su la gonna e con l’altra mano immobilizzarla al poster, scoparla lì con le cuffie nelle orecchie senza nemmeno sentire se stesse godendo o urlando. Nessuno avrebbe fatto nulla, presi dagli schermi e dal vento che preannuncia la metropolitana.
Entrare il prima possibile è il solo scopo la mattina, nient’altro.
L’aria si mosse sempre più rapidamente, tutti gli sguardi erano diretti nella sua direzione, anche la ragazza girò la testa. Continuava a guardarla e se ne accorse, lui sorrideva ancora. Lo guardò e prima che si aprissero le porte ancora lo fissava. Sorrise e lui continuò a mostrargli il suo ghigno mascherato da stretto sorriso.
Salirono su carrozze differenti e non la vide più.
Non poteva sopportare di avere ancora addosso l’odore della sera precedente. Staccò prima inventando una scusa ed andò a casa a lavarsi e fare la doccia.
Una lunga notte lo aspettava e se fosse stato fortunato qualcuno gli avrebbe scritto un messaggio con un’ ora e un luogo e una parola d’ordine per poter entrare. Erano ormai due settimane che aspettava quella telefonata.
Conobbe per caso il modo per poter entrare in quel circolo ristretto che chiamano «la Casa».
Un suo cliente gliel’aveva detto in cambio di qualche favore al limite della legalità.
«Non posso pagare tutti quei soldi! Che altro modo c’è per farmi uscire da questa situazione?»
Adorava quei momenti, apprezzava la paura e la disperazione negli occhi di un altro essere umano, era l’unico momento in cui poteva veramente apprezzare la sua razza.
La disperazione era la sua droga. Si divertiva.
Un tizio, non ricordava nemmeno il nome o il volto, aveva qualche piccolo problema economico nulla di realmente serio.
Adorava giocare con i sentimenti dei sui clienti, pitturava la scena del suo quadro a tinte fosche, rendeva tutto nero e poneva davanti al clienti dilemmi esistenziali, se si impegnava riusciva a farli piangere disperati o farli arrabbiare più del dovuto.
Una avvenente madre di famiglia col vizio del gioco aveva implorato di fargli succhiare l’uccello piuttosto che mandarla in rovina.
Quella fu una grande giornata.
Non erano mai questioni gravissime, ma era un bravo attore e riusciva sempre ad ottenere quello che voleva: disperazione e pentimento. Lui diventava l’angelo che li aveva salvati. Gli aveva concesso del tempo per rimandare l’inevitabile. Si sentiva Onnipotente in quei momenti.
Tornando al tizio non aveva nulla di allarmante ma quella notte aveva dormito male ed era incazzato senza motivo ed aveva bisogno di svago.
«La questione è abbastanza seria, non vedo molte vie di fuga»
Ce n’erano in abbondanza, omesse o false firme e lettere di sollecito mai arrivate.
«Come posso fare? Mi aiuti! Mia moglie mi ammazza!»
«Non so cosa poter fare se non dirle di pagare almeno una piccola quota di quello che deve, entro due giorni. Per farli contenti e allentare il cappio»
«le darò un numero di telefono e un codice, le si spalancheranno i cancelli del paradiso, ho imparato a conoscerla avendo a che fare con lei quasi ogni mese. Lei è il tipo che farebbe follie per avere quello che le posso offrire in cambio di un mese di tempo»
«cosa?»
«Si, ho capito come è fatto. Adora essere da quella parte del tavolo a decidere della vita di chi ha davanti e questo che le propongo, le assicuro, sarà qualcosa che non riuscirà a trovare in nessun luogo. Resterà per tutta la vita con quel ghigno e nessun modo per trasformalo in un vero sorriso di gioia e soddisfazione, le offro questo.»
«Cosa vuole in cambio? Dove vuole arrivare?»
«Cosa voglio? Voglio che lei mandi un messaggio a questo numero che le scrivo» – prese la penna, un post-it e cominciò a scrivere coprendo con la mano quello che stava facendo, sembrava uno studente qualunque che non vuole far copiare il suo compito – « e scriva questa sequenza numerica:, 144 33, 610. Il resto lo vedrà in cambio voglio un mese di tempo per pagare e quando andrà dove le verrà detto, dirà cosa le è stato detto di dire e quando uscirà e sarà l’alba tornerà a casa e con la testa non farà altro che pensare al momento in cui riceverà un altro messaggio con un altro numero ed un altra sequenza, allora quella notte lei mi ringrazierà e semplicemente farà sparire tutto quello che devo pagare».
Lo aveva colpito e il cliente se ne accorse, lo stava fissando negli occhi mentre sorrideva come chi sapeva di aver pescato il pesce giusto.
Volle credere al suo mistero, compose il numero e la sequenza. Premé invio.
L’uomo strinse la sua mano e si alzò, si mise a sedere in sala d’attesa e non si mosse per ore. Attendeva la risposta al messaggio, la risposta che gli garantiva, sulla parola, un mese.
La risposta arrivo ore dopo, un messaggio con un orario, una data, una via e una parola ”Klavierstuck” arrivò e non poté far altro se non stringere la mano di chi lo aveva incastrato e salutarlo con la promessa di risentirsi il giorno dopo la data del messaggio.
Quello a cui assistette quella prima volta fu qualcosa di sublime, era estasiato dagli odori, i sapori dei corpi nudi, i gemiti, le urla di piacere e di dolore che si alzavano, era paradisiaco per i suoi sensi e per quelli della «Casa».
Le ospiti, in quella prima notte furono due, goderono tutta la notte delle loro attenzioni. Lasciò la festa alle tre del mattino gli fu detto che per lui era abbastanza per quella notte, lo presero da parte incuranti di quello che stesse facendo (nella fattispecie stava infilando ripetutamente e con decisione il suo cazzo nella gola di una ragazza dagli occhi blu nascosti da una maschera veneziana), presero le sue spalle e sfilarono il suo cazzo senza nemmeno la preoccupazione del suo imminente coito, sborro per terra mentre lo portavano a vestirsi. Aspettarono con lui due uomini, mascherati, con vaporose parrucche bianche e nei finti sparsi sul viso. Non parlarono mai, lo fissarono fino alla fine. Si congedò chiedendo come fare per il prossimo incontro.
«Prosegui la successione» disse il più alto e con più nei.
«Cosa?»
«L’ha sentito? Prosegui la successione se vuoi tornare»
«quale successione, di che cazzo state parlando?cazzo, mi avete preso e portato via da quella calda bocca senza nemmeno chiedere il permesso, cazzo volevo sborrare dentro quella cazzo di bocca!»
Aprirono la porta della villa, la notte era scura e fredda, lo spinsero fuori. Una macchina era già pronta ad attenderlo, aspettava solamente lui.
«Continua la sequenza, come la prima volta anche la prossima, sei troppo avventato per poter capire, tutti uguali la prima volta…se mai ce ne sarà una seconda» chiusero la porta e lo lasciarono solo, con la macchina in moto ed un’autista che lo attendeva per portarlo a casa.
Si fece lasciare al bar sotto casa, ordinò una birra, accese una sigaretta.
«Come va? nottata divertente?» disse il barista.
Alzò lo sguardo dal bancone e pieno di pensieri e ricordi della serata lo fissò negli occhi e disse: «cazzo si! Il problema ora è dover dar ragione a quel figlio di puttana che mi ha dato questa cazzo notte. Che ne sai di sequenze numeriche?»
«come?»
«se ti dico: 144 33, 610 tu come completeresti la sequenza?»
Il barista si grattò la barba e guardò la troia seduta in fondo al bancone che ci provava con un ragazzo che era più giovane del whisky che stava bevendo, lei lo guardò un secondo negli occhi ed ecco l’illuminazione.
«987, 1597, 2584»
Sorrise e brindò alla salute del barista.
«Vado a dormire, ascoltare i tuoi numeri a caso non mi aiuterà e poi te che ne sai!»
Lasciò i soldi sul bancone e andò via. Pensò per venti giorni solamente a come poteva continuare quella sequenza e alla fine scoprì che il figlio di puttana aveva ragione.
Continuava proprio in quel modo.
Immediatamente scrisse i numeri nel messaggio, quella sera arrivò un nuovo messaggio.
< Tra due settimane, in un vecchio capannone vicino al porto alle undici di sera. Parola d’ordine ”Lateralus”. >
-Figli di puttana – pensò mentre mandava giù il sesto whisky.
Spense la sigaretta e mandò giù tutto d’un fiato l’alcol nella sua gola, tossì.
Accese un’altra sigaretta e rimase soddisfatto sul divano a godersi la meritata vittoria. Riempì un altro bicchiere e brindò alla saluta del barista sotto casa. Era ubriaco e le vittorie si festeggiano in un solo modo.
Aprì la finestra, sotto nella strada le ultime puttane stavano per staccare. Fischio verso una di loro, una bionda con le tette più grandi del suo corpo. Lei si girò ma non capì da dove venisse quel fischio. Lo rifece «Ehi! Quassù!»
Lei lo guardò e lo saluto con la mano
«Sali!»
Disse di no con la mano e lui le fece vedere un bel po’ di banconote e la convinse con dolci parole e la promessa di whisky in abbondanza.
Le diede i soldi appena entrata, non seppe mai cosa fece quella ragazza in casa sua era certo solo di non aver più un posacenere, un pacchetto di gomme, un cuscino e lo sperma nei sui coglioni. Si addormentò mentre gli succhiava l’uccello ma non si rese conto in quel momento di esser venuto. Se ne accorse la mattina dopo, ispezionandosi e vedendole stranamente flosce piuttosto che gonfie, associò all’odore di whisky l’odore di puttana e ricompose il puzzle del festeggiamento della sua vittoria.
Aprì la finestra ed urlò: «Vaffanculo Fibonacci!».
Era un sabato di sole. Doveva prepararsi per andare allo stadio, abbonato in curva da anni. Birra e calcio fino a sera.
Consapevolezza
«Sono senza figa, bello mio,
che per me
equivale a essere senza amore.
Non riesco a separarli.
Non sono così scaltro.»
«La saggezza arriva all’ultimo
quando la gioventù non c’è più,
la tempesta è passata e
le ragazze sono andate a casa»
La luce filtra dalla benda e riesce a vedere le ombre che la ignorano. Nuda si sdraia e strofina i seni sul velluto. I capezzoli le diventano duri, puoi sentire ogni fibra del tessuto che le strofina la pelle e la bagna.
Nessuno si avvicina, si sposta verso il divano, le caviglie sono legate con una manetta con abbastanza gioco da permetterle di camminare in modo ridicolo. Le braccia dietro la schiena, legate. Si accarezza la parte di pelle che riesce a toccare come farebbe un amante. Riesce ad arrivare camminando sulle ginocchia al bracciolo del lungo e basso divano. Comincia a strusciare forte la fica sul velluto come una grande lingua secca assapora le sue cosce umide e la fa bagnare, continua a toccarsi, si sculaccia.
Sta per avere un orgasmo.
«Guarda la troia..»
«Toglile le manette e legala col raso, non troppo costretta falla divertire con le sue mani se ne ha tanta voglia»
Sente ogni singola lettera – parlano di me! Mi prenderanno e leccheranno e scoperanno finalmente – si china verso la direzione della voce sempre continuando a strusciarsi come una gatta in calore, apre la bocca e si lecca le labbra.
Nessun passo verso di lei, ancora a bocca asciutta.
Potrebbe parlare, urlare, gridare – scopatemi cazzi mosci! – ma chi l’ha messa al guinzaglio le ha sussurrato in un orecchio che sarebbe stato più saggio stare buona e aspettare.
Si sposta verso il centro del divano, sente qualcosa sulla gamba, è freddo e lungo, non capisce. Si mette di schiena e cerca di prendere con le mani quello che spera sa un dildo.
Lo tocca, ha la forma di una piramide.
Un plug.
«Ora ti tolgo le manette e ti lego con questo puttana.» Le disse la voce che prima le aveva dato della troia.
Con le dita inizia a masturbarsi il culo, lo apre e con la punta del plug cerca di aprirlo di più. Alza le gambe e le apre fino a quando le manette glielo consentono, con tre dita afferra la base del plug e comincia a farsi strada dentro di se. Geme, la fica si bagna sempre di più mentre le dita spingono dentro di lei più a fondo.
Riesce a infilarselo tutto, sta venendo, i suoi versi si fanno sempre più acuti ma nessuno muove un passo.
Sdraiata sul divano si masturba immaginando le mani, le lingue e i seni dell’unica persona che le ha parlato sul suo corpo che la toccano, la ispezionano e la fanno godere. Nessuno bada a lei, come un animale domestico in calore che cerca attenzioni e senza averne alcuna continua a godere da sola, Eccitata dal plug e dall’indifferenza continua fino ad arrivare ad un orgasmo anale. Stringe le gambe, è sudata, il culo si contrae e viene.
Nemmeno un occhio la degna di uno sguardo.
Pensa che quel piccolo plug sia il primo di una lunga serie, sempre più grande e sempre più largo.
Nessuno l’ha mai fistata seriamente.
– Aspettano cosa? Sono qui, maledetti froci, prendetemi. Gag ball, benda leggera e legata larga, tutto qui? Bevono, parlano , ridono ogni tanto qualcuno la guarda con occhi pieni di lussuria. Non fanno altro che divertirsi a stuzzicarla. La guardano fissa e si bagna ancora di più. Qualcuno sta entrando, l’enorme porta di ferro si apre, stride. Si volta a vedere chi è arrivato. Giacca, cravatta e un paio di scarpe che potrebbero coprire i due mesi di affitto di ritardo, la guarda di sfuggita ma non le se avvicina.
Le porte di ferro stridono per l’ultima volta davanti ai suoi occhi.
L’uomo si avvicina alla donna e si inginocchia, le bacia i seni mentre si avvicinano tutti a lei, pensa che finalmente comincerà l’orgia dei suoi sogni.
L’alba sta sorgendo, il sabato sta cominciando. La mattina è fredda, i primi bar stanno aprendo le serrande, qualcuno entra per cominciare la giornata di lavoro. Qualcuno ancora ubriaco vorrebbe ancora bere per non vuole far sorgere il sole ma è inutile, comunque sorgerà.
Le porte di quel locale utilizzato dai membri de «la Casa» si apriranno qualche mese dopo fotografate nelle prime pagine della cronaca nazionale.
Non solo ossa e cenere.
Capannone degli orrori, al suo interno diversi capi di vestiario e fotografie.
Le vittime sarebbero più venti è in corso l’identificazione delle ossa.
DALLA REDAZIONE – È una scena agghiacciante quella che i carabinieri di Spagli hanno rinvenuto stamattina in un capannone industriale inutilizzato non lontano dal centro cittadino. A far scattare la perquisizione le lamentele di un anziano che ha il suo orto non lontano dal luogo dei delitti. Sarebbero almeno venti le vittime ma ancora non si hanno dati certi, quello che è certo è che i carabinieri appena aperto il portone in ferro grezzo del capannone hanno trovato qualcosa che neanche nei peggiori incubi si sarebbero immaginati di vedere. Intervistato dal nostro inviato, il sergente incaricato di condurre l’operazione ha definito la scena orribile e allarmante nella lucidità ed accuratezza con cui, per ora solo ipotizza abbiano avuto luogo i delitti.
Le lamentele del signor A.R. sono state sottovalutate fino a stamattina. “Si è presentato sei sette volte in caserma per lamentarsi del fumo e dell’odore che sente venire proprio da quel capannone che per inciso è di proprietà di un industriale conosciuto in zona che ha dislocato la sua azienda ma ha mantenuto la proprietà, ora le sue dichiarazioni solo al vaglio degli investigatori” così ha commentato il portavoce dell’arma di Spagli in merito alla pesante domanda di inadeguatezza delle forze dell’ordine.
Quello che è stato ritrovato è qualcosa di impensabile anche nei peggiori degli incubi.
Al centro del capannone una zona relax, con divani, pouf, una zona bar e diverse rastrelliere piene di ogni articolo venduto da sexy shop. Lungo il perimetro delle pareti diversi ambienti sono stati creati utilizzando materiali di riciclo e tende arrangiate al loro interno hanno trovato, magazzini, sale delle torture e delle sepolture.
Sembra la scena di un campo di concentramento, le ossa erano sistemate tutte in un unico ambiente così come i vestiti e gli oggetti personali delle vittime. Nessun documento è stato rinvenuto ed il lavoro di riconoscimento è all’inizio.
Quello che più ha impressionato gli investigatori sono le ceneri, conservate in urne, che sembrano fatte artigianalmente con una ciocca di capelli poggiato e sigillati con la cera sopra i coperchi delle stesse. “È tutto troppo razionale e ben organizzato per essere opera di una sola persona” le parole del capitano Grazi sono allarmanti.
Questo è solo l’inizio di quello che sembra essere il più grave fatto di cronaca nera italiano degli ultimi anni.
“Temo che la brutalità dei delitti non sia neanche paragonabili ai delitti commessi dalle associazioni mafiose, è qualcosa che sembrerebbe avvicinarsi più al concetto nazista di sterminio ma solo le analisi delle ossa ci darà qualche indizio sulla morte che hanno dovuto affrontare queste persone. Ho paura a trovare gli indizi per la mia teoria ma quel poco che siamo riusciti ad analizzare finora mi fa pensare a qualcosa di brutale e metodico e temo sia qualcosa di molto grande.” Le parole del criminologo invitato a seguire l’indagine non hanno bisogno di ulteriori commenti per ora.
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