UNO.
Abito al terzo piano. Dal portone al mio appartamento sono 36 gradini. Li conto tutti i giorni sia a scendere che a salire, trentasei. Ogni sera arrivato al trentaseesimo scalino guardo in alto verso il lucernaio, sospiro. Apro la porta di casa. Pareti bianche. Mi attende il bianco al mio rientro e nulla più. Ogni sera, entrato a casa, accendo la luce del salone e tutto è bianco, come un foglio non scritto. Ogni sera mi siedo sul divano, pelle nera, poggio le sigarette accanto a me il posacenere è già lì dalla sera prima, mezzo pieno. Prendo cartine e filtri e fumo. Ogni sera chiamo un take-away differente. Cucina araba, greca, indiana, messicana, cinese e giapponese. L’unica macchia di colore in casa sono i volantini dei ristoranti d’asporto. Ho mangiato ogni cosa di tutti i menù, ogni sera mangiando chiudo gli occhi e mi ritrovo a cenare sempre in un luogo diverso. Le bettole di Bombay, seduto sulla banchina di un porto dimenticato dell’Egeo, nei suq di Istanbul, nei ristoranti di Canton, al mercato del pesce di Tokyo. Non ho mai alzato il culo dal divano. Ogni boccone è un luogo differente e sempre connesso alla cucina di quel luogo. Quando i ricordi reali e non di quei luoghi esauriscono li immagino. diventano le mie città invisibili. Guardo il telefono, non squilla mai e io non faccio squillare nessun apparecchio. Non mi importa. Vivo in un luogo totalmente bianco, eccezione fatta il divano, la mia mente è diventata lo specchio della mia casa. Prima non era così. Vivevo in luoghi pieni di colore, incasinati, pieni di oggetti inutili. Col passare del tempo sono cambiato fino a fare tabula rasa della mia vita. Totalmente bianco, annullato. Vuoto. Penso a tutto questo mentre faccio il novantesimo gradino e sfilo dalla tasca la chiave della porta della terrazza. E’ la prima volta che vengo quassù, si vede una piccolissima parte della città, immaginavo di avere un palco più grande per l’ultima messa in scena. Stasera sarà l’ultima, il teatro chiude i battenti. Stasera fumerò qui. Guardo la piccola parte della città, le poltrone e i palchi sono vuoti, nessuno ad assistere. Reciterò lo stesso. E’ la prima volta che faccio tutti questi scalini. Accendo una sigaretta e
guardo le luci delle case, sento le televisioni, il rumore dei piatti. Non conosco nessuno dei miei condomini e ora che li sento mi sembra di conoscerli da sempre. E’ la prima volta che arrivo fin quassù, non tornerò a casa. Non mi fermerò al terzo piano, arriverò fino al piano terra. Non farò nemmeno uno scalino.
DUE.
L’aria è fredda. Il cielo senza stelle, coperte dalle luci della città. Sto volando vedo dove atterrerò, vedo le luci degli appartamenti sotto di me. Sento la voce di un uomo, la televisione accesa copre le parole anche se il tono è alto. Scendo. Settimo piano. E’ da qui che si sentono le urla e le notizie messe sullo stesso piano della nuova collezione autunno-inverno e del nuovo amore della bella di turno. Sento le urla, un uomo. Scendo sempre più veloce, solo il vento nelle mie orecchie. Vedo la signorina del TG, un uomo in piedi che urla, vedo un bambino attaccato con tutte e due la mani alla ringhiera, la faccia triste, gli occhi vuoti, una lacrima gli scende sulla guancia. Le mani attaccate alla ringhiera come se non volesse mai lasciarla. Sente le urla dell’uomo dietro di lui, non si volta. Le lacrime si fanno sempre più intense. L’uomo continua ad urlare. Lo guardo cadendo, gli sorrido, perché piange?
“Vieni qui piccolo stronzetto. Tua madre e tuo padre non ci sono, sai cosa vuol dire, vero? Togli le mani da quella cazzo di ringhiera e vieni dallo zio. Vieni stronzetto, vieni tra le braccia dello zio, vieni. Ricordati, piccolo ebete, che quando arriverà mammina tutto sarà finito e dirai che lo zio è stato tanto bravo e buono con te, lo zio ti vuole bene”.
TRE.
Ho nove anni, vado alle elementari. Dovrei essere felice, non dovrei avere nessuna preoccupazione. Dovrei solamente pensare alle tabelline, a giocare. Non è così. Ho otto anni e non vorrei essere nato. Dovrei stare sempre con la mamma e il papà ma lavorano sempre e una volta a settimana escono solo loro due, dicono che ne hanno bisogno, non facendo così distruggerebbero il loro matrimonio. Dicono che altrimenti sarebbe brutto per me, vivere con i genitori divorziati. Dicono che se non facessero così il loro amore finirebbe e non riuscirebbero a crescere un figlio in una delle poche famiglie unite. Dicono che i loro genitori si sono separati quando loro avevano la mia stessa età e ne hanno sofferto moltissimo, vogliono che io cresca con due genitori, senza separazioni ne divorzi. “Dai piccolo mio, non piangere. Torniamo presto, stai un po’ con lo zio che è bravo e buono con te, non ti succederà nulla. Vedrai.” Vorrei rispondere a mia madre che non è ne bravo ne buono, vorrei dirle che lo zio non è ciò che sembra. Vorrei dirle che lo zio pensa che io sia solamente un pezzo di carne per soddisfare le sue più recondite fantasie sessuali, vorrei dirle che lo zio è un pedofilo, che gli piace stuprarmi. Vorrei dirle che è un inferno che dura da due anni ed è sempre peggio e lui diventa sempre più pervertito. Non riesco a dirglielo, gli occhi del caro zietto sono folli, ho paura che farà molto peggio di ora se solo parlassi. Ho paura e nessuno può aiutarmi. “Lo zio è sempre buono e bravo con te, dillo alla mamma quando torna. Dille che abbiamo giocato tutto il tempo e che ci siamo divertiti da impazzire insieme. Ora vieni qui che lo zio vuole darti un bel bacio”. Mi asciugo le lacrime con il polsino della felpa e mi avvicino al mio carnefice. “Apri la bocca stronzetto”. Vorrei essere lontano mille miglia da qui, mi rifugio nella fantasia, in un mondo creato da me dove nessuna lingua entra nella mia bocca. Immagino di essere lontano, immagino di non essere nato in questa famiglia. Immagino un’infanzia diversa, nulla di eccezionale ma almeno un poco felice. Mi rifugio negli ultimi ricordi felici, quando ero al mare. Facevo il bagno e costruivo castelli di sabbia, giocavo con le biglie con mio padre mentre la mamma ci guardava da sotto l’ombrellone. Ridevo. Ora gli unici castelli che costruisco sono mentali e imprendibili. Mi rifugio in fortezze arroccate su montagne di pensieri e ricordi, inespugnabili. Ridevo.
Quanto tempo è passato dal mio ultimo sorriso? Non riesco a ricordare. E’ passato troppo tempo dall’ultima volta che sono stato felice. Mi nascondo nei ricordi e in un mondo artificiale da me creato mentre lui mi penetra. Ormai non sento nemmeno più il dolore, dopo anni. Non riesco a muovermi, mi blocca le braccia e le gambe. Mi blocca con la sua forza e il suo pene. Sono immobile e la mia mente cerca riparo in qualche altro ricordo felice. Continuo a vagare con la mente, quanto tempo sarà passato? Quando tornano mamma e papà? “Oh si. Dai puttanella. Oooh si!”. Finalmente ha finito, mi lascia dopo aver lasciato il suo piacere dentro di me. Mi lascia libero di piangere mentre si pulisce e toglie il suo peccato dal corpo. “Vammi a prendere le sigarette dalla giacca, muoviti. I tuoi torneranno tra un paio d’ore e se fai il bravo ti do un’altra ripassata. Contento?”. Sorride lo stronzo. Ha lasciato la giacca in cucina. E’ entrato in bagno, sento l’acqua che scorre, si sta lavando via tutto quello che non è rimasto dentro di me, tutto il suo sperma. Vado in cucina e apro la tasca della giacca, prendo le sue dannate sigarette. Cosa c’è nell’altra tasca? Una pistola. Cosa ci farà mai? Non riesco ad immaginare cosa possa farci, ma io so benissimo come usarla. Due colpi. Potrei finalmente essere libero, dare a quello stronzo quello che merita. La sfilo dalla tasca. Lui è ancora al bagno a lavarsi. Lo aspetto in salotto con l’arma in mano. Esce col solito sorriso soddisfatto. Nemmeno mi guarda. “Mi hai preso le sigarette?” Sorrido, punto la pistola verso di lui e gli dico: “No, ma ho trovato qualcosa di più interessante”. E’ sorpreso, si avvicina piano con le mani protese in avanti come per dirmi di star calmo. Non sono mai stato così calmo. Non dovrebbe essere difficile, basta premere il grilletto e sarò libero. Uno, due spari e sarò libero. Uno sparo per dare allo zietto quello che merita. Uno sparo. Un’altro per darmi la libertà. Due spari.
“E ora passiamo allo sport…” L’ultima cosa che sento. Poi solo silenzio, pace.
QUATTRO.
Sto volando, per la prima volta mi sento libero.
Tempo fa tutto quello che avevo attorno era diverso, la mia vita era piena di persone e colori.
Sono diventato come questa città, non rifletto i colori.
Fino a qualche anno fa non avrei mai pensato che volare da un palazzo fosse così liberatorio, non avrei mai pensato di fare un gesto simile, nonostante tutte le delusioni, l’orrore vissuto.
Fino a qualche anno fa c’era qualcuno che mi aspettava a casa, le pareti erano gialle non bianche. Fino a qualche anno fa il telefono squillava e non dovevo passare le serate a fissarlo.
Quando nessuno più ha bisogno di te e nessuno più ti cerca, questo è il fondo del barile.
Ho già scavato anche oltre il fondo. Non riesco a vedere nessuna luce oltre quelle delle case che scorrono veloci sotto di me.
Non riesco a vedere nessuna vita, nessun futuro oltre quello che mi attende alla fine di questo breve volo.
Ricordo le serate, le persone, volti che allora erano noti e oggi sono solamente fantasmi, volti sbiaditi. Ricordo che ero felice, ricordo il suono del telefono che squillava.
E’ passato tanto tempo da quando in quella casa ci abitava qualcuno oltre me e le pareti erano colorate a colori vivi.
Sono cambiato io e ho fatto diventare tutto il mondo intorno a me a mia immagine e somiglianza, bianco, vuoto.
Giorno dopo giorno cambiavo e non riuscivo a fare diversamente. Adoravo il mio mutamento, adoravo essere vuoto, adoravo non avere nessuno intorno a me, adoravo la solitudine, la coltivavo.
Cercavo in ogni istante della mia vita di isolarmi volontariamente fino a sparire.
Volevo essere un fantasma.
Ora in volo mi domando perché, non ho una risposta ma mi sento bene. Sono riuscito a realizzare quello che desideravo, nascondermi da tutto e tutti, sono riuscito a essere solamente un vago ricordo per il mondo che mi circonda, una macchia indistinta che cammina sotto la pioggia.
Nessuno mi rimpiangerà, o almeno è quello che credo. Io non mi rimpiangerei e comunque alla fine rimarrò solamente un ricordo indistinto.
Nessuna lacrima, nessun fiore.
Credo di aver preso la prima decisione giusta della mia vita. Una vita complicata, pochi momenti felici. Alienato dal mondo che mi circonda. Bisogna provare emozioni per riuscire a sentirsi vivi qui, è da parecchio tempo che non le provo più.
Libri, film e ricordi non mi trasmettevano più nulla e nella notte, da solo, fissavo il muro senza pensieri o vagavo per la città guardando i miei concittadini muoversi, ridere, arrabbiarsi. Li vedevo come attraverso uno specchio insonorizzato, vedevo solo le loro labbra muoversi senza sentire nessun suono, vedevo i loro corpi camminare, abbracciarsi, picchiarsi.
Un tempo ero parte di quel mondo, volontariamente me ne sono escluso. Non volevo essere come loro, volevo essere me stesso e non dare un’idea della mia personalità, velandola con maschere per farmi sembrare adatto a quella società.
Ero veramente felice?
Far parte di quel mondo mi piaceva ma non riuscivo più a capire dove iniziavo io e dove la maschera. Odiavo questo.
Non riuscivo più a pensare a chi ero veramente.
Non so più cosa sono, non so più chi sono.
Sono parte di qualcosa che non riesco a condividere e non riesco a capire.
CINQUE.
La televisione è sempre accesa. L’unica cosa che mi aiuta e quasi mi fa sentire viva. Ho 50 anni un matrimonio alle spalle, figli, amicizie ma è tutto dietro di me. Sono sola ho scelto questo e mi pento ogni giorno di più. Sono le sette di mattina lo capisco perché sono iniziati i programmi per bambini e i telegiornali infiniti. Bombe, razzi, guerre,omicidi, stupri. Ho paura ad uscire, esco solo per il tempo strettamente necessario per la spesa e magari le bollette. tanto per cambiare questa routine che ormai va avanti da parecchio tempo. A ottobre saranno 10 anni di divorzio, dieci anni di noia, solitudine e desolazione. L’ultima volta che sono andata in centro è stato con lui ed è stato lì che ho capito che per noi non ci sarebbe stata nessuna vecchiaia insieme. Non ci sarebbe stato nulla, certamente, non per noi. Eravamo felici almeno all’inizio; non ricordo chi abbia detto che il matrimonio è la tomba dell’amore, mai ci furono parole più vere almeno per me. Guardo il telefono ma non squilla mai, guardo la porta ma nessuno bussa. Sono le dieci di mattina. Sono iniziati i film, visti e rivisti, e i vecchi telefilm che ormai nessuno più guarda. Mi lavo, con calma. Mi trucco come se dovessi uscire con il mio primo e unico amore ormai partito. Mi fa sentire un poco meglio truccarmi tutto questo lungo rituale: mascara, phard, ombretto, rossetto. E’ una delle poche cose che ancora mi fa sentire viva e bene con me stessa. Esco, stesso giro identico da dieci anni ad oggi. Bancomat, panificio, supermercato. Mi fermo a parlare con la gente, le cassiere, i commessi, le persone in fila è l’unico momento con cui parlo con qualcuno. Chiacchiere usa e getta. Torno a casa, accendo la televisione. E’ iniziato il programma di cucina quindi è mezzogiorno. Mi spoglio e mi metto comoda, inizio a cucinare mentre continuo a guardare piatti che non preparerò mai. Mangio fissando il posto vuoto davanti a me mentre di nuovo scorrono davanti a me guerre, razzi, omicidi, stupri. Una telefonata, un pensiero, qualcuno che sbaglia numero. Nulla. Dormo cerco di sognare i miei ricordi felici. Il mare, i figli, una vita felice e spensierata, anniento i miei problemi, i miei ricordi e solo così riesco a dormire e non vivere tutto questo almeno per due ore. Spero sempre che
quando aprirò gli occhi tutto quello che ho intorno sia solamente un brutto incubo e che tutto vada bene. Apro gli occhi e tutto è come lo avevo lasciato, lo stessa prospettiva di pomeriggio da dieci anni a questa parte nulla cambia nemmeno io. E’ pomeriggio inoltrato il sole sta calando i iniziano a risplendere le stelle delle telenovela sudamericane sulle reti private. Rido. I loro capelli, i vestiti le situazioni finte mi fanno ridere. Cucino di nuovo, sono a dieta devo mangiare di meno e meglio. Di nuovo il posto vuoto davanti a me e di nuovo guerre, omicidi e stupri. Cosa siamo diventati? Cosa sono diventata? E’ ora di andare a letto è appena finito il telegiornale. Telefilm, prime visioni di nuovo si accendono le stelle del piccolo schermo. Le guardo e mi dico che la vita non è quella là. La vita fa male, la vita è come una pugnalata al cuore che entra sempre di più nella carne cercando di farsi strada fino al cuore lentamente, giorno per giorno. Ogni giorno è uguale all’altro e ogni giorno è sempre più doloroso continuare a respirare, mi lascio trafiggere dalla vita. Chiudo gli occhi di nuovo i ricordi felici, i bei momenti che ho vissuto, quei pochi. Dormo sogno delle cene con tanta gente fuori di casa, sogno i bambini. Dormo e continuo a vivere aspettando che quel pugnale affilato che è la vita arrivi fino al mio cuore, portandosi via la mia mente. Portando via me. Mancherò a qualcuno? Aspetto il giorno che qualcosa succeda e qualcuno mi porti via dalla mia vita, mi riporti ai miei cari, mi porti lontano da tutto questo e non mi faccia mai più tornare indietro. La vita non è quello che vedo in tv. La vita mi fa male e questa emorragia finirà, spero solo che sia presto e non faccia male. Chissà che film ci sarà domani…chissà se lo vedrò, spero di no. Mi sono stancata di vedere di nuovo gli stessi film.
SEI.
Cosa mi ha spinto a fare questo? Non lo so la voglia, o meglio il bisogno, di evadere e di andare via da qui. Sento il vento in faccia…mi sento vivo per la prima volta. Per la prima volta faccio qualcosa senza imposizioni o persuasioni. Vedo la mia vita passata. Vedo una vita intera costruita sul bisogno di essere accettato ed essere incoraggiato in quello che faccio. Riesco a distinguere appieno le diverse fasi del mio io: il parlare con tutti senza distinzioni e senza inibizioni, il chiudermi in me stesso, il periodo in cui sognavo il momento esatto in cui sono ora, la mia nuova infanzia dove parlavo con tutti e conoscevo persone nuove e diverse ogni istante e di nuovo i momenti in cui pensavo e penso che sia più facile fare come sto facendo. Prendersi tutto il vento della città sul volto e dopo più niente. Penso sia la cosa più facile e più egoista quello che sto facendo ma ormai il passo è stato fatto. Non sono mai stato una persona che riesce a reagire, forse preferisco subire e compatirmi. Non so dire di no chiunque e qualunque cosa sia. Vorrei rendere felici e orgogliosi tutti quelli che mi circondano, tutti quelli che mi dicono cosa dovrei fare. Sono solo fantasticherie, è impossibile rendere felici tutti soprattutto quando davanti a te si schierano fazioni contrapposte. E’ impossibile restare in mezzo e realizzare tutto quello che ti si dice. Non riesco e non accetto che qualcuno, chiunque sia, cerchi di vivere la sua misera e fallimentare vita, attraverso te. Alle volte mi sento un burattino nelle mani di un burattinaio che ha visto la sua vita fallire e cerca di rivivere attraverso la sua marionetta. “Non è vero questo, io non voglio nulla di tutto questo”. Non credete mai a queste parole, guardate i loro occhi, guardate gli occhi dei vostri aguzzini incapaci di riconoscere i loro ruoli, guardateli a fondo e vedrete in fondo all’iride una luce, quella luce sono i sogni infranti e voi siete quella luce. Io sono quella luce, io sono tutto ciò che non sono riusciti ad ottenere. Io sono una laurea. Io sono un posto fisso. Io sono tutte le donne che non ho mai avuto. Io sono l’unico uomo che non sono riuscita a trattenere. Io sono la libertà che non abbiamo mai avuto. Io sono le sere che non ho potuto mai vivere. Io sono tutto ciò che ho sempre voluto essere e che mai potrò essere. Io sono tutto quello che di più lontano possa essere da tutto questo. Io cerco di essere me.
Tutto quello che vedo in questo volo mi riporta alla mente quello che ho vissuto e quello che ho ancora attaccato alla pelle, non riuscirò mai a levare tutto quello che ho sulla pelle, ho provato a togliere quello che ho. Mi sono messo sotto la doccia con l’acqua talmente calda che toglieva l’epidermide, ho strofinato a lungo le mie spalle, ho tagliato la mia carne fino a farne uscire sangue. Non è servito a nulla. Vorrei fumare in questo momento, vorrei aspirare un poco di pace. Ho tempo fino a terra, alzo al massimo il volume e ascolto la mia ultima playlist. Faccio entrare dentro di me le mie ultime note. Chiudo gli occhi. Vedo tutti i luoghi e tutte le persone che avrei voluto e potuto conoscere…forse le rivedrò e finalmente potrò sapere i loro nomi. Parti, vai insegui i tuoi sogni. Rimani, costruisci qualcosa di buono e giusto qui. Interessa sapere se io voglio bene alle persone che ho intorno? Tu non ami nessuno! sei troppo egoista per volere bene. E’ vero sono egoista ma c’è qualcuno a cui voglio bene, c’è qualcuno nella mia vita che amo. Ma sono tre persone e sono sempre nel mio cuore e io nel loro nonostante tutto, nonostante le conquiste, nonostante le vittorie e nonostante le sconfitte, nonostante tutto. Delle belle bolle passano davanti al mio volto, sorrisi e abbracci. Ormai sto volando. Tutto quello che sono e sono stato mi passa davanti agli occhi e lo rivedo in questo palazzo.
SETTE.
Alle medie il mondo è diverso. Non sono più così piccolo per giocare a calcio con la gomma da cancellare e l’astuccio, non sono ancora così grande per fumare e andare dietro alle ragazze ma sono grande per pensare a me stesso. Sono un, quasi, normale, ragazzo di quattordici anni. Mi rendo perfettamente conto che intorno a me ci sono situazioni ben peggiori della mia, ragazzi che vengono umiliati in continuazione e che hanno situazioni familiari non invidiabili. Non vengo preso in giro da nessuno e nemmeno portato sugli scudi. Non capisco perché. Un’altro giorno passa, cinque ore al giorno di distrazione. Non sono la persona più odiata o la persona con cui la sorte è più avversa, lo so benissimo ma non mi interessa. Io sono io. Tutto il resto non mi interessa. Gli altri? un sasso nella mia scarpa, un’altra inutile preoccupazione. Sono lontano dalla terra che mi ha messo al mondo, sono lontano da mia madre, sono lontano da tutto quello a cui voglio bene. Tutto il bene che viene infuso in me non lo assimilo, non riesco a farlo mio. Ho 13 anni e la cosa che auspico di più al mondo è farla finita. Basta. Torno a casa, mangio vedendo i Simpson. Adoro Lisa Simpson la sua saccenza mi imbarazza, sono quasi come lei, o forse come Pico de Paperis. So molto di più dei ragazzi della mia età, ho visto molto di più. Troppo di più.
“Come è strano il sapore che riesco a sentire[…]”
Non riesco a sentire nulla di diverso da quello che sento dentro me, riesco a sentire solamente tutte le onde che non sentirò mai, riesco a sentire solo tutti gli abbracci che non prenderò mai. Sono le 08.10 è la prima ora. Storia. La battaglia di Maratona. Dario I cercò di conquistare l’Ellade, portò un grande esercito insieme a sé ma le truppe ateniesi e pleetesi riuscirono, alla fine, ad avere la meglio sconfiggendo i Persiani in una delle battaglie più memorabili dell’antichità. Filippiade corse verso Atene per dare la notizia della vittoria ma dopo lo sforzo della corsa, 42 km, cadde a terra morto per la fatica pronunciando: “χαίρετε, νικῷμε”
Atene aveva vinto in una delle più memorabili battaglie dell’antichità. Atene aveva vinto, io no. Non sono Filippiade, tantomeno uno degli eroi antichi, vorrei esserlo ma non lo sono.
Non riesco a capire l’utilità di questi compiti, se così possiamo chiamarli. Fatemi andare avanti col programma da solo e poi discutiamone in classe un volta tornati dalla festa che più odio. E’ dalle elementari che tutti i Natali devo prendere un foglio e scrivere cazzate su cazzate, sono sette anni che sul quel foglio scrivo quello che si vogliono sentir dire. Stronzate. Quest’anno sarà diverso, scriverò ciò che veramente voglio. Scrivo quello che quel vecchiaccio mi deve portare. Almeno quello che vorrei mi portasse. So che non esiste, l’ho scoperto quando ero piccolo vedendo mio padre mettere il regalo nel camino. Non abbiamo mai avuto un albero di Natale, forse una volta ma ero troppo piccolo per ricordarlo. Per tutto il tempo che mio padre era a casa non c’è mai stato l’albero, da quando non vive più qui lo fa ogni anno. Non riesco a capirla questa cosa. Una domanda a cui non trovero mai una risposta, non mi interessa nemmeno saperlo. Affari suoi. A me non piace il Natale e non piace l’albero di Natale, non ho lo spirito. Un poco come Scrooge. La gente, le cene con troppe persone, il voler essere a tutti i costi buoni per una settimana e comportarsi come non ci si comporta mai. Per quale motivo? Sarebbe meglio fare il contrario. Comportarsi bene tutto l’anno e poi una settimana l’anno essere i più stronzi del mondo, fare a gare a chi è più bastardo, sarebbe sicuramente più divertente. Non rifiuto i regali e mai li rifiuterò, non sono un fanatico del Natale ne tantomeno conto i giorni alla vigilia. Anni fa mi regalarono il cartellone con i giorni dal primo dicembre al ventisei, ogni giorno aveva una finestrella da aprire con dentro un disegno o non so cosa, non mi ricordo bene. Ricordo solo che appena me l’hanno regalato aprii tutte le finestrelle per vedere cosa c’era dietro e poi lo buttai, mi sembrava la cosa più inutile del mondo, la penso tutt’ora così.
Devo fare il tema, non ho voglia. Ho deciso di scrivere quello che veramente voglio per Natale e so che appena consegnerò il tema e verrà letto mi ritroverò a colloquio con il professore e i miei genitori per parlare di quello che ho scritto. Perché non si fanno gli affari loro, io mica vengo a dirvi come vi dovete
comportare o come dovreste comportarvi o quello che dovete pensare. Quando uno scrive un tema come il mio la prima cosa che ci si immagina è sentirsi dire: “resta in classe un attimo ti devo parlare”. Oppure come in tutti i film dove l’adolescente di turno, psicotico e con vari problemi sessuali, viene portato dal preside con i genitori e l’insegnante che ha scoperto il fatto. Lunghe chiacchierate magari anche uno psicologo. In dieci minuti è tutto fatto: diagnosi, prognosi e soluzione a tutto il problema. In dieci minuti sei sistemato, esci con il sorriso abbracci e baci. Nella mia scuola non è così. Finisce la lezione, tutti a casa. Esco. Vengo fermato dall’insegnante che ha letto il mio tema nel parcheggio della scuola e lì che mi parla, mi spiega, cerca di capire il mio problema. Come se avere la morte nel cuore sia un problema. Il vero problema è che tutti ce l’abbiamo ma la nascondiamo non l’esprimiamo. La teniamo nascosta come se fosse la cosa più immonda del creato. Non è immonda è un’emozione che va coltivata, che va capita ed ascoltata. Cosa c’è di male nel voler morire? E’ l’unica cosa in cui possiamo veramente credere è l’unica cosa in cui possiamo contare, non è un nemico ma un’amica, forse l’amica più fidata, quell’amico che non avrà mai una brutta parola per te. Continuo a far finta di ascoltare, non ho un problema ci convivo pacificamente. E’ forse l’unica cosa in cui veramente credo e crederò. Cammino tornando a casa pensando,assorto nei miei pensieri. Cammino tenendo con una mano la mia sofferenza e con l’altra la mia fine. Spero arrivi presto e che sia dolorosa. Se non dovesse arrivare la farò venire io, la chiamerò. Chiuderò gli occhi e mi lascerò andare.
OTTO.
Sono ormai dieci anni che non parlo di me. Ogni tanto qualche cosa l’ho detta ma è sempre la stessa solfa che propino a tutti. Ormai mi sono quasi convinto di quello che sono diventato e della mia impossibilità di cambiare. Non sono di questa città, ma purtroppo faccio parte di questo buco di culo di nazione, se così si può chiamare. Sono venuto qui pieno di buoni propositi, sono venuto qui pieno di idee, pieno di vita. Guardo fuori, fortunatamente sono al quarto piano, giusto da qui posso vedere tutti dall’alto in basso come volevo fare appena sceso alla stazione di questo posto. Tanto questo è l’ultima notte che passerò in questo palazzo, per l’ultima volta guarderò tutti dall’alto mentre scendo sempre più veloce. Ho notato, che nella mia vita i luoghi dove ho vissuto coincidono con quello che ero e che sono. Appena arrivato ero all’ultimo piano e la mia mente piena di pensieri piena di propositi. Pensavo che avrei potuto essere tutto ciò che volevo e tutto ciò che volevano fossi. Vivevo, studiavo cercavo di lavorare. Lavorare in un call-center, chiamare persone che non avevano pagato le rate del finanziamento non è il massimo della realizzazione lavorativa, soprattutto quando è un lavoro interinale e senza possibilità di miglioramento. Tornare a casa soddisfatti del proprio lavoro e della propria giornata era un lusso. Io con le persone ci parlavo, non riuscivo a fare muso duro, ne tantomeno impaurirle. L’ufficio era un susseguirsi di urla, incazzature e madonne. Quattro ore al giorno per centocinquanta euro al mese, il rapporto si interruppe quando un bel giorno mi stancai di tutto quello e non andai a lavorare per un mese senza dire niente a nessuno. Ebbi lo stipendio più alto quel mese. Niente lavoro, cambio casa. Nel frattempo la mia vita inizia a prendere una parabola discendente, che non cessa di cadere. Alcol, droghe, qualsiasi cosa potesse alterarmi il cervello e potesse far cessare tutto quello che avevo in testa, compresa la voce che diceva rialzati, la prendevo. Nuova casa, primo piano. Avevo deluso la voce che mi diceva rialzati, tu puoi essere molto meglio di così.
Ero a zero, ero diventato un parassita. Un fungo. Ma mai come allora mi sono divertito, feste, alcol, amici, droghe, sesso. Tutto. Andavo a dormire all’alba e mi svegliavo al tramonto, ero diventato l’anti-cittadino. Non pagavo le tasse, non lavoravo. Non pagavo i mezzi pubblici, riuscivo a mangiare e a bere, tanto bastava. Quei momenti finirono, durarono due anni ma finirono. Mi rimisi in moto, avevo deciso di ascoltare quella voce anche se momentaneamente. Sono riuscito ad arrivare fino al terzo piano,dove sono o meglio ero fino a stasera. Ho sempre odiato quelli che mi spronano e che dicono che io sono intelligente e che potrei essere molto meglio di così. Io so che potrei ma quello che non capiscono è che già lo sono. Sono riuscito ad avere una visione abbastanza nitida del mio vero essere, certo non sarò mai Alessandro Magno ma io non trovo piacere nel tangibile, non mi da soddisfazione fare qualcosa per poi poter dire al mondo intero cosa si prova a toccarla. Siamo tutti capaci di fare una cosa del genere. Siamo tutti capaci di andare sulla spiaggia prendere un secchiello fare un castello e dire a tutti: “guardate che bel castello! l’ho fatto tutto da solo!” Non mi sono mai piaciuti i castelli di sabbia, non ho mai provato piacere a costruire qualcosa, certo da soddisfazione ma la mia anima non apprezza. Ho bisogno di alimentare me non attraverso il materiale. Le mie dita non hanno sensibilità, non riuscirei a distinguere un riccio da un gatto, figurarsi se riuscirei a toccare qualcosa e sentire la soddisfazione dentro me. Apro un’altra bottiglia di vino, la notte è lunga ancora. Brindo ai vecchi tempi, in alto i calici. Sorridete e fate vedere i vostri denti rossi di vino, sorridete che questa è l’ultima notte in cui possiamo farlo tutti insieme. Sorridete per voi, per quello che siete e per quello che eravamo. Sorridete per voi, sorridete anche per me, non riesco a ridere, non riesco a sorridere. Non ce la faccio proprio, ma rido dentro di me ricordando i vostri volti e mi alzo in piedi davanti a questa tavola vuota per brindare con voi. Chiudo gli occhi, abbasso il capo. Una lacrima scende dal mio volto. Alzo la testa e riapro gli occhi. Bevo. Tutta la notte berrò e brinderò con i demoni nella mia mente fino a che sarà giorno e vedendo il sole non saprò cosa fare di tutti i fallimenti che ho collezionato in questa breve vita.
L’aria si fa sempre più fredda sul mio volto. Chissà se si vede la luna stanotte. Ho lasciato accesa la lampada vicino al divano. Chissà quanto mi verrà a costare la bolletta della luce! Vedo le pareti bianche, vedo il divano su cui ho passato così tanto di quel tempo che non riesco a quantificarlo. Forse due vite di uomini normali. Sono felice di non essere più seduto sul quel comodo divano che mi ha dato tanti piaceri, non ultimo quello della masturbazione. Ogni sera accendevo la luce, sfogliavo i volantini e se c’era qualcosa di interessante e che mi stuzzicava chiamavo e me lo portavano. Buonasera e arrivederci e niente più, lasciavo anche la mancia. “Quelli che portano le pizze a casa della gente non guadagnano nulla, la benzina la pagano loro mica hanno il rimborso spese loro. Campano di mance”. Non ricordo chi mi abbia detto queste cose ma era convinto e mi aveva assicurato che era così dato che lo aveva fatto anche lui. Bene o male lavoravo qualche soldo ce l’avevo e lasciare qualcosa di mancia a una persona che nonostante la pioggia, il caldo, la neve mi portava il mio pasto caldo mi faceva piacere, mi sentivo utile. Poi se lasci la mancia sono molto più gentili e le porzioni più abbondanti o con più condimenti. Provate. Chiamate sempre lo stesso per almeno cinque volte, alla quinta vedrete che il vostro kebab sarà più pieno rispetto al primo che vi anno portato, la vostra pizza più condita. E se un giorno vi mancheranno cinquanta centesimi non ci sarà problema. Vale lo stesso nei bar. Diventate amici dei baristi, ridete scherzate e vedrete che il vostro caffè sarà più buono il cappuccino più schiumoso e se vorrete una birra ma sbadatamente avete dimenticato il portafoglio vedrete che non avrete problemi a farvi fare credito, certo prima però dovete essere clienti abituali il che implica almeno una sosta almeno una volta al giorno, sorridete, ridete e scherzate. Dopo potrete fare quel che volete in quel bar. Io ero un cliente abituale di tanti posti. Il mio obbiettivo era prendere sbronze colossali, da solo, bere a non finire e le ultime cinque birre o cocktail o quel che era non pagarli e andare via tranquillamente grazie all’alcol e alla conoscenza del barista di turno. Una volta presi una sbronza colossale, cinquanta euro in alcol non diedi un soldo, andai via tranquillo, non rimisi piede in quel locale per un anno. L’anno successivo era tutto dimenticato e potevo ricominciare il mio lavoro di convincimento. Bisogna investire un po’ per questo ma assicuro che da soddisfazione, come per esempio andare dietro il bancone e farsi il cocktail come si vuole o spillare la propria birra. Per chi ama l’alcol è l’orgasmo, spillarsi la birra della
staffa è come scopare con la più bella fica, anzi meglio dato che se si ha fortuna si avrà un doppio orgasmo, sempre se si riesce ad arrivarci dopo tutto l’alcol con la fica vera. Alcune ne ho avute così ma nessuna è mai rimasta a pranzo insieme a me, le cacciavo. Ma la cosa migliore dopo una sbronza colossale, specie se si è vomitato è alzarsi bere un caffè forte, un muffin una sigaretta e dopo cagato aprire una bella birra fredda o un buon vino. Passerete la migliore domenica della vostra vita, non penserete nemmeno cosa avranno fatto le squadre di calcio. Pensando queste cose mentre sfreccio davanti la mia finestra e la lampada accesa sul divano penso che non perdo nulla di importante forse qualche altra bella sbronza e qualche altra bella scopata fine a se stessa. Niente di cui avere rimpianti. Per cosa dovrei piangere? Nulla. E’ tanto che non verso una lacrime per qualcosa. Solo una puntata dei Simpson mi fa piangere ogni volta. Lascio uno spazio vuoto come del resto lo è stata la mia vita per parecchi anni. Ho fatto piangere parecchie persone ma io non ho mai versato una lacrima per loro. Vorrei una birra adesso. La prossima volta spegnerò tutte le luci. Chissà quanto mi arriverà da pagare di luce? Mi giro voglio vedere il cielo, voglio vedere le stelle in questo cielo oscurato dalle luci della città. Fisso l’unica stella visibile per gli ultimi due piani, voglio cadere vedendo l’unica cosa di cui non riesco a fare a meno. Speriamo che la bolletta non sia salata.
NOVE.
Sotto la doccia calda sento scorrere via tutte le mie preoccupazioni. Mi sento di nuovo vivo e completamente diverso. Sento l’acqua scorrere sulla mia testa e scendere, ogni goccia è una parte di me che cade e scorre via nello scarico. Con le mani tocco le mie spalle, le stringo e sento nuova vita partire da lì. Passo le mani sul mio volto, chiudo gli occhi. Riaprendoli vedo i miei obiettivi vedo tutto quello che ho gettato dietro le spalle e che non sarò mai più, apro gli occhi e vedo me stesso riflesso nello specchio di fronte la doccia e sono diverso. Chiudo l’acqua il vapore sale dalle mie spalle, lo inspiro è nuova aria per i miei polmoni, è un nuovo inizio quando sta finendo il giorno. Passo una mano sullo specchio per togliere la condensa, mi appoggio al lavandino e avvicino il mio viso verso il mio riflesso. Mi scruto, guardo le mie labbra, le mie guancie il mio naso, guardo i miei occhi; ci guardo dentro. Inizio a scrutare la mia anima pazientemente ricerco, il mio vecchio io. Scruto la mia coscienza ricerco quello che di sporco c’è, ricerco la mia volontà e la trovo nascosta. E’ contenta di vedermi. La libero e mi sento pervadere da nuova vita, continuo a scrutare i miei occhi trovo tutti i miei errori, trovo tutti i miei rimpianti, trovo tutti i miei orrori. Li spazzo via, non devono più esserci. Devo fare tesoro degli errori e tramutarli in qualcosa di positivo. Devo fare tutto pur di cancellare i miei orrori. Devo combattere con i miei rimpianti e vincerli per essere diverso e far diventare quei rimpianti in un amore nuovo che prima non riuscivo a fare uscire fuori, troppo legato al mio vecchio io che si nascondeva dietro una maschera di indifferenza ed egoismo. Guardo le mie braccia vedo il tatuaggio il segno del mio cambiamento, il mio nuovo inizio. Sento un urlo da fuori che si strozza quasi subito. Continuo a guardare il mio corpo trovando i pezzi del mio vecchio che sono rimasti ancora attaccati dopo essermeli lavati via, strofinando forte la pelle. Li trovo ancora attaccati ai miei polsi, alle mie gambe al mio ventre. Mi siedo sul water. Li esamino uno per uno, li guardo per essere certo di tutto quello che sentivo prima per essere certo di quello che ero prima. Strofino forte tutti quei punti fino a sentire che non c’è più nulla. Trovo un piacere immenso a sentire la mia pelle pulita e la mia anima nuova. Sono caduto in basso. Sono sprofondato perdendo tutto quello che ti bello avevo ottenuto e magari anche lottato per avere. Ero riuscito ad avere tutto quello che i miei occhi potevano sognare. Ero riuscito ad avere il mio angolo di cielo. Ero così, lottavo per qualsiasi cosa la ottenevo e poi la gettavo via come se
non mi fosse mai importato, cercavo di dimenticarla subito. L’ultima volta non è stata così, ho gettato via il mio angolo di cielo e mi ha fatto male. Tolgo tutto quello che di me era, lo tolgo fisicamente e mentalmente. Mai più come allora. Provo a riavere il mio cielo, lo vedo. Splendido. Lo sogno, allungo le dita per poterlo sfiorare almeno un’ultima volta e non so se riuscirò di nuovo a volare in mezzo a quel blu, ci proverò con tutto il cuore e con tutto me stesso. Per te tutto il mio essere, mai frase fu più vera e dolorosa. Non sono mai stato così convinto e determinato a cambiare il mio essere. Bramo il cambiamento, ne ho bisogno. Per me per dare un senso a tutto quello che penso e a tutto quello che vorrei diventare un giorno, per tutto l’amore che ho in corpo. Mi guardo allo specchio, sorrido per quello che sto diventando, per tutto lo sporco che ho tolto e che mai più avrò e vorrò avere sul mio corpo, nella mia anima. Passo le mani sul mio volto, mi accarezzo gli zigomi. Rido e guardo i miei occhi cambiare, vedo la mia anima iniziare a prendere forma e la volontà pervadermi. Nudo vado in camera, guardo il caos dentro la mia stanza. Lo guardo un’ultima volta, presto sparirà. Apro la finestra faccio entrare l’aria fresca della notte. Sento il freddo toccarmi il corpo. Il giorno sta finendo ed un altro sta per iniziare, mi faccio trasportare dal vento lo faccio entrare dentro di me per spazzare via gli ultimi brandelli del mio passato. Torno davanti lo specchio scelgo con cura i vestiti che indosserò domani. Li tiro fuori dall’armadio e li ripongo con cura sulla sedia. Domani aprirò gli occhi e sarò il nuovo me stesso, sarò tutto quello che ho sempre sognato, sarò pronto ad essere diverso. Sarò pronto ad aprire la finestra e a guardare il sole illuminare il mio cuore. Sarò pronto a dare tutta la mia anima, la mia mente, il mio cuore per ritrovare il mio cielo. Sarò pronto il giorno che potrò di nuovo aprire le ali e volare in mezzo a quell’ azzurro e librarmi più in alto del sole oltre ogni limite umano, guardare in basso e ridere, essere felice di riavere un angolo di cielo. Prendo una maglietta la infilo e mi metto nel letto. Chiudo gli occhi. Non vedo più i fantasmi del mio passato e gli orrori commessi, vedo solo la volontà di cambiare e la speranza che un giorno potrò di nuovo volare. Chiudo gli occhi, voglio solo che un nuovo giorno inizi per poter continuare a lavorare sul mio spirito, per poter finalmente sentirmi vivo e sentire le
emozioni dentro il mio cuore. Vado ad accostare la finestra, con la scusa mi fumerò una sigaretta fuori al balcone. Sento un rumore di sirena che si avvicina. Guardo in basso, verso la strada. La sirena è sotto il mio balcone. Guardo di nuovo in basso ora che i fari illuminano la strada finalmente posso vedere. Un uomo è caduto dal cielo e ora è riverso sull’asfalto, il rosso del suo sangue contrasta col nero dell’asfalto, è ancora vivo. Alza gli occhi e mi guarda per un istante prima di chiudere gli occhi per sempre. Lo guardo negli occhi e l’unica cosa che mi viene in mente è che quell’uomo mi ricorda tutto quello che ho lavato. E’ il mio vecchio io per terra in mezzo al sangue.
DIECI.
Gli ultimi tre metri e poi solo la terra a ricevere il mio corpo. Guardo nel mio cuore e tutto quello che sono stato. L’asfalto la mia espiazione. La disperazione il mio credo. E’ reale questo dolore? Non sento più le gambe e le braccia, sento i polmoni riempirsi di sangue. Respiro a fatica. Sono passati cinque minuti e ancora sono cosciente anche se non posso parlare e respiro a fatica. Dieci minuti, un lampeggiante e un suono familiare in lontananza. Guardo in alto, vedo la luna. Finalmente. Faccio scendere lo sguardo lentamente verso tutti i piani che ho passato, la mia infanzia, la mia adolescenza e la mia crescita. Prima dell’asfalto accanto a me vedo un ragazzo, lo guardo negli occhi. Sono io. Lui è me. Il suo sguardo, i suoi occhi sono io quello. Sono salito fino all’ultimo piano del palazzo senza nessuna speranza, mi sono buttato per perdere tutto quello che non avevo. Quello sono io. Sento di aver distrutto il mio corpo e mi sento rinascere dentro i suoi occhi. Sento bruciare il mio cuore guardando i suoi occhi. Guardo l’asfalto accanto a me, il sangue che esce dalla mia bocca, vedo un’ambulanza ma è troppo tardi, non c’è più nulla da fare. Prendete un telo e buttatemelo sopra. Parlate pensando a chi sono e a perché ho fatto questo gesto non lo saprete mai. Io dovevo morire per far nascere qualcosa di grande e nuovo dentro il cuore del ragazzo del primo piano. Io dovevo morire per far si che lui potesse tornare a nuova vita. Io dovevo morire per cancellare dal suo cuore ogni macchia. Io dovevo morire per far vivere lui. Guardate negli occhi di quel ragazzo e saprete il perché. Guardate nei suoi occhi e capirete che era inevitabile la mia caduta. Guardate nei suoi occhi e non vedrete mai più nulla di quello che sono stato io. Guardate l’ultimo battito delle mie ciglia e vedrete i suoi occhi aprirsi.
SUOLO.