ovvero
«Caro diario,
»
La testa faceva ancora male dopo il pomeriggio.
Alzarsi all’alba non aveva aiutato a far passare l’incessante pulsazione a tempo di d&b. Di per se il ritmo non era male, era coinvolgente. purtroppo rendeva fastidioso e doloroso qualsiasi rumore, anche il più silenzioso e seccante.
Svegliarsi all’alba in un quartiere satellite della città non fu mai così duro. Le macchine iniziavano a mettersi in fila per portare a lavoro i loro proprietari, scattanti suonatori di clacson e funamboli delle radio ad alto volume. Gli autobus passavano satolli di studenti e qualche sparuto pendolare senza macchina si notava attaccato ai sostegni, come un koala su un’eucalipto. Immobili occhio vitreo e sguardo verso il finestrino.
Camminando verso la fermata vide un autobus diretto al capolinea che cominciò ad eruttare fumo dal tubo di scappamento, in pochi secondi tutta la strada diventò bianca. I palazzi sparirono, la gente nell’attesa del primo mezzo utile si dissolse e i primi raggi del sole che spuntava tra una casa e l’altra si offuscarono. Il freddo vento del mattino lo mettevano al sicuro dai fumi nauseabondi, un lieve odore di smog e olio per motori accarezzò il suo naso, era uno spettacolo affascinante da vedere, -peccato ci sia vento- sibilò tra se e se. Un bello spettacolo fu il primo pensiero che gli passò per la mente vedendo tutto quel fumo.
Poteva vedere chi aspettava come lui prendere l’autobus. Studenti caotici e zaino sempre in spalla. Addizionando l’età di due ragazzi a caso la somma era la sua età o poco più. Con gli occhiali da sole sbirciava le ragazze che andavano a scuola. Truccandosi e studiando. Il sonno era ancora attaccato agli occhi e il fascino delle sbarbe irresistibile.
Arriva il bus, pieno, in piedi ma non compresso come in un carro bestiame. L’idea del giorno prima, mentre pianificava i suoi spostamenti, ovvero quella di prenderlo presto per poter stare seduto e magari dormire mezz’ora era andata a puttane. In piedi e sveglio.
Sarebbe stato comunque difficile dormire, i liceali parlano troppo la mattina presto.
Il viaggio fu comunque piacevole, in ogni spazio e sedile libero c’erano ragazze del classico, alcune ripassavano greco altre chiacchieravano del loro week-end. La sua mente era focalizzata verso una ragazza, bel naso, belle labbra, occhi scuri ed occhiali. Barely-legal con venature hardcore.
Guardando fuori come i pendolari immaginava di avere ancora lo zaino in spalla e di piacergli.Tornare giovane e fare l’amore con lei. Queste fantasie finirono qualche fermata dopo quando salì un’altra ragazza, che si pianta accanto a lui quasi attaccata. Era bassina quindi per evitare di darle delle gomitate in testa fu costretto ad aggrapparsi ancora più in alto. Lei lo prese come un invito a prendersi più spazio perché li si piazzò sotto l’ascella e i loro corpi si sfregavano alla minima frenata, buca, accelerazione.
Censuro i pensieri perché furono molto più hardcore rispetto a quelli di prima, per dovere di cronaca diremo solo che dopo 600 metri aveva un’erezione che l’accompagnò fino a quando la scolaretta scese per studiare lingue antiche.
Il breve viaggio finale fu tranquillo, si era guadagnato un posto a sedere e si godeva il paesaggio. La valle che disegnava il Tevere in quel tratto, immersa nella nebbia del mattino lo sorprendeva ogni volta. Solo il bianco e le macchie verdi dei campi. Veniva cullato dai tornanti, chiuse gli occhi e si lasciò trasportare verso un breve sogno.
Una parte del viaggio era terminata, il trasporto su gomma ha esaurito le storie.
La cosa che dà più soddisfazione quando si è pendolari nell’ora di punta sui treni ad alta frequentazione è la totale assenza di controlli. Quello che si risparmia per viaggiare si può reinvestire in una colazione seguita da una sigaretta mentre nelle cuffie si sente la radio.
Il budget ridotto all’osso non permetteva nemmeno un caffè quindi saltò la parte del caldo bar col caldo cornetto e bollente cappuccino e arrivò direttamente alla sigaretta al freddo e senza radio. Poteva solo peggiorare il viaggio sul treno ed effettivamente andò così, ad allietare il disastroso viaggio ci pensarono una madre con una figlia e due esasperati, tra altrettanti esasperati, pendolari.
«Il treno regionale 81438 per Fiumicino aeroporto delle ore 8 e 02 è stato soppresso per danni alla linea. Ci scusiamo per il disagio.»
La banchina è colma, le prime file a ridosso della linea gialla erano occupate dalle 7 e 40. arrivò e si dovette fermare in settima fila. Poteva andare peggio, c’era silenzio nonostante la folla i pendolari sono più silenziosi, forse rassegnati, rispetto agli studenti. Qualche ragazza che saltava la scuola chiacchierava ad alta voce.
«Il treno regionale 81438 per Fiumicino aeroporto delle ore 8 e 02 è stato soppresso per danni alla linea. Ci scusiamo per il disagio.»
Altra sigaretta per ammazzare il tempo, il freddo era pungente.
«Il treno regionale 81242 delle ore 8 e 22 è in arrivo al binario 1, allontanarsi dalla linea gialla.»
La folla fremeva, chi era in prima fila piantava i piedi per mantenere la propria posizione sperando nella fortuna e nella bravura del macchinista nel fermargli il treno davanti, chi era dietro pronto a scattare al minimo errore del diretto avversario. Così fino all’ultima fila.
Tutti sperando di potersi sedere e godersi il paesaggio passare veloce.
Il treno arriva già pieno, qualche raro posto a sedere si vedeva mentre il treno si fermava, cattedrali nel deserto.
Sperava di ripetere il viaggio fatto con il bus, sentire magari dei seni addosso. Il treno si ferma, apre le porte e un’educata folla entra silenziosamente.
Era riuscito a guadagnarsi un buon posto in piedi relativamente comodo. Una mano in tasca e l’altra sicura sulla maniglia di un sedile.
Il paesaggio comincia a scorrere, lo sguardo è fisso verso un punto indefinito del vagone. Cominciò a pensare al sogno fatto durante la breve notte ma venne fermato da due voci femminili. Troppo alte per quell’ora.
La ragazza di fronte a lui che parlava con quella che poteva essere la madre, o un’amante di mezz’età aveva le labbra rifatte o forse era un’impressione.
«Quanta gente! Meno male stiamo sul gradino, almeno non ti stanno addosso» la figlia.
«Infatti, io ogni volta che è così cerco di conquistare un gradino» la madre/amante.
«Infatti»
«Che poi oggi lezione ce l’avrei alle due, però con Cinzia volevo andare a veder e il museo archelogico romano»
«bello»
«lo diciamo sempre e non ci andiamo mai, oggi ci andiamo»
«è meglio in due»
«e come no! Pure a lezione, se non vado per qualche motivo ci va lei e ci passiamo gli appunti e viceversa, diventa più semplice»
«eh si, ma per tutto. Poi in un’università così grande è meglio conoscere qualcuno»
«Per forza, anche per aiutarsi nel muoversi tra aule, biblioteche e segreterie. Che poi quando cerchi lavoro aver studiato in un’università così è meglio perché loro vedono dove hai studiato ed oltre allo studio capiscono che sei capace a muoverti»
«esatto, ma poi quando hai l’esame?»
«non lo so, ancora ce lo deve dire. Dovrei parlarci»
«fallo che se è nei giorni che noi stiamo via come fai?»
«non so se lo sposta»
«e perché no, se glielo dci magari te lo fa fare prima»
«e come fa? Non penso lo faccia prima perché io potrei dire alle mie amiche quello che mi ha chiesto»
«dopo?»
«uguale loro potrebbero dirlo a me…vediamo che dice…guarda quanta gente! ma non lo vedono che è pieno e non si entra?»
«pure loro devono andare a lavorare come tutti»
«che poi quel professore è strano ci ha portato al museo medievale e siamo stati due ore intorno ad una fibula! E lui parlava della sua storia. Cioè è una fibula! Due ore?»
«infatti»
«come quello di egittologia, io faccio archeologia non mi frega niente di sapere la grammatica dell’antico Egitto, mi devi dire che vogliono dire quei geroglifici col cerchio intorno e basta»
A grande richiesta: «infatti»
Seguirono diverse fermate di ovvietà e infatti sia da una parte che dall’altra ma proprio quando sul più bello si poteva cambiare ovvietà per proverbi una piccola sommossa, un sovversivo pendolare dall’alto del suo terzo gradino conquistato e protetto strenuamente cerca di aizzare la folla verso la protesta.
«Andiamo tutti all’ufficio reclami, c’è anche in stazione. Io ci sono andato diverse volte però ero da solo, se ci andiamo tutti è diverso..»
Solo una piccola donna soffocata tra la folla alza la voce.
«Non cambia niente! Ho chiamato l’ufficio per protestare ma non rispondeva nessuno nemmeno il disco!»
Forse avrà sbagliato numero.
«Non serve telefonare, tutti insieme andiamo a protestare»
Qualche parola soffusa e il treno arriva nella stazione di arrivo per la maggior parte dell’utenza. La rivolta è stata di nuovo sedata, vinta dalla paura del timbrare in ritardo e da qualche imprecazione verso Trenitalia e chi ci lavora detta sottovoce.
Di nuovo tutti liberi di rinchiudersi in ufficio.
Una calma ed un silenzio assordante lo accompagnarono lungo il tragitto della metropolitana. Desolante il paesaggio intorno, quattro persone aspettavano il suo stesso treno. Con la sola intenzione di sedersi in un vagone diverso dall’altro.
Il viaggio finisce su l’ennesimo autobus, gira intorno a periferie mai viste, posti non molto diversi da dove è cresciuto ma sicuramente peggiori. Si sente fortunato a non essere cresciuto lì, il paesaggio è desolante e triste.
Non c’è più nulla a cui pensare, quello che passa davanti al finestrino non stimola nulla se non tristezza. Palazzi lasciati a loro stessi, a morire lentamente. Tornare indietro verso casa, verso un posto uguale a quest’ultimo desolante aspetto della metropoli è ancora più triste. Almeno il luogo dove è cresciuto sta morendo con qualche albero intorno a rallegrare la desolante disperazione, non circondato dall’asfalto.
Un boero e diverse ossa di pollo gli fanno compagnia alla fermata aspettando il 445 per ricominciare il viaggio verso casa.
La morale che ha trovato in questo viaggio, tornando a casa, è che dopotutto non è così male casa sua.
Un modo come un altro per sopportare i minuti passati qui, aspettando di andare via, di nuovo, per non tornare mai più.