Dopo dieci stagioni piene di successi Charles Stiles, la mente dietro “spie al ristorante”, ha utilizzato ogni sorta di nuovo congegno tecnologico per smascherare impiegati poco professionali e furfanti della domenica ed ha deciso di comune accordo con la produzione di rinnovarsi e mettere in campo la mitologia al servizio dei ristoratori nei guai. Esseri mitologici dimenticati o meno verranno ingaggiati per almeno uno degli episodi della undicesima stagione. Sono dieci gli episodi commissionati dal network ma voci di corridoio danno per certo l’allungamento a quindici. Per molti sarà la conferma e una nuova opportunità per rilanciare la propria carriera. Per il primo episodio è già stato scelto il Kraken. La buona prova sotto la guida Disney ha fatto scalpore per un essere che molti già davano per spacciato all’interno di Hollywood ma anche grazie ai consigli, come dichiarato a Variety, di Johnny Depp ha: “fatto sbocciare la ferocia e cruda anima racchiusa nel personaggio” continuando “cosa molto difficile quando ti trovi ad interpretare te stesso ed il regista ti spinge ad andare più a fondo a cercare il proprio essere.” Questo attaccamento del regista Gore Verbinski al Kraken ha fatto in modo che tutto questo uscisse fuori ed entrambi hanno centrato l’obiettivo. Seppur brevi apparizioni sul grande e piccolo schermo la notorietà del Kraken è cresciuta. Dopo i Pirati dei Caraibi ha scritto libri e fatto camei e comparsate in molte serie TV, un successo inaspettato pensano in molti ma lui stesso è stato sempre convinto che sarebbe arrivato il riconoscimento tanto agognato. Subito dopo la fine delle riprese nei Caraibi ha dichiarato: “sono finalmente me stesso e per la prima volta sento che la marea sta tirando dalla mia parte. Essere praticamente immortale ha aiutato sicuramente questo processo ma la creatività ed il bene che ho trovato su questo set sono stati fondamentali per l’inizio del mio processo artistico.” Avrebbe anche dichiarato qualche mese dopo in una bella intervista da Oprah, con un po’ di malizia ed un bellissimo sorriso: “questo mare inizia a starmi stretto”. E questo è il segno che non ha intenzione di spiaggiarsi ad Hollywood ma di volerci restare e farlo divertendosi.
Adesso lo vedremo nei panni di una spia al ristorante e Charles Stiles si è detto entusiasta dell’opportunità di poter lavorare con un talento del genere. “Sarà divertente, il Kraken si è dimostrato un grande professionista e sarà bello avere anche il suo talento a disposizione del programma” alla domanda se il primo sia il solo episodio con protagonista il Kraken, Stiles ha sorriso e glissato con: “ne vedrete delle belle ve lo assicuro”.
La produzione è abbottonata e la campagna pubblicitaria è ancora in divenire ma se questo è l’inizio non possiamo fare altro che aspettare di rimanere stupiti e divertiti come detto da Stiles. Se il Kraken è il primo ingaggio la lunga lista di esseri mitologici in attesa di essere scritturati fa già viaggiare la fantasia e, alle volte, è più reale di quanto si pensi. Un noto centauro è stato visto cenare in un noto ristorante greco di Los Angeles in compagnia di Tritone, Lamia, le Arpie e Cerbero ma non è stato possibile avere alcun commento dai diretti interessati. Siamo sicuri che non saremo delusi dalla nuova stagione di spie al ristorante, rumors di pochi giorni fa, dicono sia stata confermata per altre due stagioni, mancano solamente alcuni dettagli e le firme saranno apposte. Non solo i fan ma anche tanti altri addetti ai lavori sono curiosi di vedere cosa succederà mentre miti antichi e meno si vedono sempre più spesso in questo assolato angolo di California.
Categoria: È tutto qui.
Madre Russia
«e poi boh…»
In fondo Pasternack non ha fatto poi così male a isolarsi volontariamente. Solo nella sua dacia a scrivere, cullato dal rumore del freddo vento di Russia.
Suppongo sia freddo a livelli imbarazzanti, specialmente d’inverno.
Cosa facesse durante le giornate non saprei. Scrivere si e poi? Avrà letto miliardi di libri, si sarà ubriacato tutte le sere con la vodka fatta in casa (spero per lui, giusto per mantenere una sanità mentale).
Cos’altro?
Inizialmente non concepivo questa sua volontaria fuga dall’umanità. Col passare del tempo comincio a comprenderla e ad accettarla ed invidiarla.
Solo nella tundra, nessuno nel raggio di molte Sažen’ ed il volo degli uccelli ad animare la giornata.
Ci sono uccelli nella tundra? Forse pochi ma ci devono essere!
Scopare non se ne parlava, magari qualche contadina di passaggio, drogarsi? Non so, di cosa poi? Almeno la vodka!
Lo invidio per due motivi.
Primo. Aveva una cazzo di dacia fuori Mosca.
Ora non sono un fanatico dell’est Europa, tutt’altro. Immensi campi di patate a perdita d’occhio. Una pianura Padana ancora più grande. ”Depressione caspica” come cantavano i CCCP, il Caspio è un po’ più lontano ma dai ricordi di geografia non è che ci sia molto altro di interessante. Non mi farebbe impazzire il luogo dove sorge la dacia ma una cosa simile da un’altra parte mi piacerebbe eccome! L’idea della solitudine, non solo mentale, che ci si impone mi affascina. L’allontanarsi da tutto. Essere soli. Non alla ”Into the wild” che è una gran rottura di coglioni, anche se l’idea di abbandonare ogni cosa, lasciarsi alle spalle la vita è cosa buona e giusta. Un minimo di comodità serve, almeno l’elettricità. La possibilità di avere un computer e l’acqua, non dico calda, ma tiepida. Tornare a scrivere a mano…si, romantico e quello che volete ma non saprei rileggere nulla di ciò che ho scritto a mano. Ho perso la calligrafia, la cambio ogni giorno.
Secondo.
Avere la tranquillità tale per cui essere isolati da modo di far viaggiare la fantasia. Vivere in una società non la rende libera. Quando non si ha nessuno con cui parlare, nessuno da vedere allora si crea una società dentro la propria mente, fatta di demoni e angeli e persone comuni con cui parlare, che vivono una propria vita nella propria testa. Ci si discute, ci si innamora, si litiga e si fa amicizia. Persone destinate a rimanere ed altre costrette a lasciarci, a partire verso altri luoghi da cui non scriveranno mai più.
Per non impazzire bisogna inventare persone con cui parlare, da cui imparare, attraverso la scrittura.
Una società al di fuori della propria mente delimiterà e non farà mai sbocciare quella che si ha dentro di se. È naturale. I sensi sono costantemente attivi e tendono a definire come vero quello che si puo’ toccare, vedere, odorare.
Ma è poi davvero così vera? È davvero l’unica possibile e l’unica in cui poter vivere?
Mi piace pensare di no.
L’isolamento aiuta il processo creativo, per forza di cose. Bisogna darsi una regola. Scrivere per tot tempo al giorno, distrarsi il meno possibile, passare le giornate vivendo nella propria testa. Tralasciare ogni cosa che possa distrarre dalla propria fantasia.
Avrei bisogno di parecchio alcol, o almeno di fumo o/e erba. Aiuta ed è divertente.
Avrei bisogno di internet, senza porno non ci so stare.
E musica.
Farlo per un po’, magari non tutta la vita e poi tornare al mondo ripercorrendo e ritracciando le orme lasciate dal buon Bukowsky, cazzo dopo anni di monastero mi vorrei divertire.
Forse nemmeno ci si riuscirei a diventare un eremita per lo scrivere. Siamo animali sociali, ma onestamente non mi piace molto essere sociale. Perché doverlo essere per forza? Meglio soli, almeno la voglia di vedere sanguinare tutti i volti che si incrociano non ci sarebbe più. Niente volti niente sangue. Un passo alla volta forse. Un piccolissimo centro, lontani dalla monotonia della loro vita ma non troppo per avere compagnia quando ci si vuole fare un bicchiere. Poi magari allontanarsi sempre di più o tornare. Cercare di capire se è così naturale tornare alla calma o si è destinati alla frenesia.
Si rischia di tornare in città e fare una strage. Si rischia in ogni caso. Tanto vale provare a fermarsi prima, ci si guadagna in anni di vita. Male che va ci si alcolizza a morte , tanto la fine sarebbe la stessa. Preferisco bere vedendo le stelle che una coltre di smog. Si beve con gusto e piacere non per dovere e aiuto.
Caro Pasternack cercherò di finire di leggere il ”Dottor Zivago”, ci provo anche se cazzo se siete noiosi letterati Russi di fine novecento (non parliamo di quelli prima che sono deleteri) meno male che la tendenza è cambata.
Grazie Dj Stalingrad.
Cougar
«Le parole sono importanti»
«Il problema è la categorizzazione. Etimologia e definizione»
«cosa?»
«come potresti definire qualcosa che esiste ma è racchiuso in gruppo più ampio che non rende l’idea del soggetto dell’indagine linguistica?»
«che cazzo stai dicendo?»
«definire un qualcosa, un gruppo di persone che rientrano già in un insieme di persone però realmente fanno parte di un sottogruppo ancora non definito o almeno che io sappia»
«non ti seguo, prendi una birra»
«nel frigo?»
«e dove sennò? cazzo di rincoglionito»
«le parole sono importanti, sono giorni che sbatto la testa per trovare una cazzo di definizione per individuare un cazzo di gruppo sociale non categorizzato»
«e allora? Qual’è il problema?»
«c’è si un problema! La fottuta identità culturale e l’individuazione del singolo caratterizzato da comuni fattori nel gruppo ma che si dissocia da esso in maniera netta»
«ho smesso di seguire i tuoi discorsi da anni, ma continua pure. Ti ascolto. Prima però la cazzo di birra la vuoi prendere?»
«Etnografia, forse. O qualcosa del genere. Dov’è la birra?»
«fottiti me la prendo da solo»
In realtà di birra non ce n’era più.
Lasciò il suo amico davanti al computer googlando eventuali definizioni di un qualcosa ancora poco chiaro nella sua testa. Pensava ad altro. Ad un film visto giorni prima di cui non ricordava il nome e all’orario di chiusura del bar sotto casa.
Arrivato in cucina trovò il frigorifero vuoto.
«dio cane»
«cosa? Ce l’hai con me?» sentì dall’altra stanza la voce del categorizzatore.
«no, è finita la birra»
«e non c’è altro?»
«guardo».
Sbatté la porta del frigo ma essendo vuoto non fece il soddisfacente rumore di bottiglie che si incontrano e brindano.
Tornò in camera non a mani vuote.
«Ho trovato una bottiglia di vino. Non hai fatto la canne?»
«no, stavo cercando in google se ci fosse la parola che cercavo»
«ma di che cazzo stai parlando? Quale cazzo di parola?»
«ha presente le ”M.I.L.F”.?»
«si e allora?»
«e le ”mature”?»
«quelle vecchissime?»
«no quelle sono ”granny” dopo i settanta o che abbiano un nipote dimostrabile. Quelle prima, dai quarantacinque a cinquantanove»
«ah, si»
«poi ci sono le semplici ”mom” di solito il mezzo secolo ce l’hanno, all’incirca. Ed hanno figli»
«dimostrabili»
«esatto. C’è un buco però. Tra ”M.I.L.F.” e ”mom” e al limite ”mature”»
«sarebbe?»
Mettiamo una donna con età da ”M.I.L.F.” che però non ha figli, e magari è anche più giovane, dai trentasette ai quarantacinque. Non ha figli, non è sposata. Decisamente in anticipo per essere ”granny” e presto per essere ”mature”. Senza figli per essere una ”mother i like to fuck” e il dubbio sorge. Come si definisce?»
«Non lo so. ”B.G.T.F.”»
«sarebbe?»
«beatiful girl to fuck»
«troppo generico, potrebbe essere chiunque. Per ogni altra perversione c’è una definizione. Cazzo sono peggio della boxe dove si dividono per peso. Dalle ”chubby’ alle ”fatty” alle ”fat” per arrivare alle ‘tiny” e peggio ancora ”little tiny”. Mancano i pesi gallo e poi ci sono tutte»
«fa questa cazzo di canna»
«subito»
«ma come cazzo ti è venuto in mente?»
«l’altro giorno, una signora è venuta a lavoro. Bona. Ho pensato bella ”M.I.L.F.”! però non era sposata, era single e senza figli»
«e allora?»
«allora ho pensato: metti che me la scopo come lo dico?»
«cosa??»
«nel senso, potevo venire qui e dirti mi sono fatto una ”M.I.L.F.” però non sarebbe stato corretto. Avrei potuto aspettare dieci anni per dirtelo e uscirmene dicendo che mi ero fatto una ”mature” con dieci anni di ritardo. E comunque è retroattivo»
«ti devo mettere il parental control»
«vuoi vedermi morto, che cazzo farei quando non so che vedermi?»
«cazzeggiare senza porno?»
«non c’è più gusto»
«effettivamente»
«tieni appiccia la bomba, posso fare due cose insieme quando voglio»
«oltre a vedere uno schermo e farti le pippe. Bravo»
«grazie»
«e a che conclusione sei giunto?»
«su cosa?»
«sulla definizione, rincoglionito»
«ah, nessuna. Non trovo una parola o insieme di parole adatte per descrivere una situazione del genere. Ce ne sono anche parecchi di soggetti che rientrerebbero nella sotto-categoria incatalogabile. Momentaneamente. Maledetta la passione per le ”M.I.L.F.” o la notorietà che ha avuto. American pie dei miei coglioni»
«ma da lì è nata la parola?»
«no! C’era un cazzo di sito che non mi ricordo il nome in cui il tipo, sempre lo stesso, andava in giro e beccava tutte queste mamme americane vogliose e se le scopava»
«tipo Captain Stubbin’?»
«tipo però con le mamme. Mi sa che poi si sono fusi tutti con la Bang Bros. «Fico The Bang Bus»
«si! Ma stiamo divagando. Il cazzo di termine»
«non lo so adesso. Non mi viene niente. E se lasciamo andare così com’è?»
«Adesso è l’unica soluzione. Youporn non chiede nemmeno più aiuto per fare le categorie»
«già»
«appena troviamo il termine, diventiamo registi/ produttori/ attori e facciamo un sito!»
«alla conquista della rete»
«con tanto di scheda iniziale. Figli? no. Sposata? no. Nonna? no. Anni? Dai trentasette ai quarantacinque»
«rivoluzioniamo la pornografia»
«dovremmo uscire più spesso»
«forse. O prenderci una pausa»
«troppi porno dici? Ma cos’altro offre internet di divertente ed educativo? Cazzo faccio a casa quando non esco o non sto qua?»
«porno»
«già. Passa la bomba. Metto Pga Tour?»
«daje!»
Si fece l’alba e tra un ”double bogey” e sporadici birdie finirono il vino senza che la parola fosse trovata.
Dovettero passare molti anni prima che qualcuno la coniò.
E fu un successo.
Cougar….grazie Mr. Stinson.
Milanò
Personaggi
in cerca
di una storia.
Non è Milano.
La città è un solo un riferimento musicale. Nulla di più e nulla di meno. La nebbia potrebbe essere la stessa ma cambia regione e provincia nonostante il nome rimanga lo stesso.
Dolcemente comincia il pianoforte, scorre lento dentro il cuore.
Lo ammalia.
Lascia dietro di sé malinconia e speranza.
Due occhi verdi, profondi, entrano dentro il cuore. Si fissano senza lasciare scampo a qualunque altro colore o qualunque altra emozione.
Sono lì.
Vicini da poterli toccare e lontani da poter bramare solo il loro ricordo e la loro luce.
Questo è l’inizio adatto per un racconto erotico o un racconto amoroso.
Non è nulla di questo…
Se fosse un racconto erotico quegli occhi sarebbero intenti a baciarti o a leccarti il cazzo. Guardandoti.
Se fosse nostalgico penseresti solamente a quei colori che guardano dentro di te mentre assaporano il tuo uccello, mentre leccano ogni parte di te,
Invece è un racconto d’amore, di un’amore che mai si compirà nonostante la speranza.
Un amore nato in un momento e destinato a rimanere tale. Un momento, un solo attimo in cui il mondo si è fermato solo per noi. La Terra si è fermata per farci baciare, per far assaporare il sapore di quel gusto introvabile in nessun’altra bocca.
Stringersi la mano, tirarsi l’uno verso l’altro toccare le labbra con la lingua, leccare via tutte le sensazioni di quell’attimo, assimilarle per renderle uniche e perfette. Indissolubili.
«Una curva nella memoria.»
Si cerca l’eros dove è più difficile trovarlo, ci si attacca ai ricordi, alla memoria ed alle sue curve che non diventano tali. Si cerca un’istante, lo si fa proprio e tale riamane. Rimane un delirio di un ubriacone.
Rimane una speranza.
Un sogno mai raccontato, una canzone cantata senza voce.
Rimangono solo gli accordi e il ricordo di un momento.
Potrebbe essere un bel inizio per un racconto d’amore con venature erotiche. Potrebbe svolgersi in poche pagine. I protagonisti che crescono e coltivano dentro di loro un sogno simile, il desiderio di avere accanto l’altro li porterebbe ad incontrarsi di nuovo o per la prima volta.
Destino mascherato da caso. Si potrebbe farli stringere in un lungo abbraccio, un vortice dove la scena di sfondo ruota intorno a loro fino a portarli dentro un letto. Nudi intenti a fare l’amore a darsi piacere. Un tripudio di eros e dolcezza.
Potrebbe finire con il sole che sorge e i loro corpi nudi vicini, stretti pieni di eccitazione appagata e brividi per la notte appena passata. Gocce di sudore che le imperlano i capezzoli e i loro umori che permeano l’aria. L’odore di sesso appena compiuto. Il sole sorge e si baciano prima di dormire abbracciati. Un lieto fine che lascia una dolce speranza.
Potrebbe.
Rimane il desiderio ed il sogno che un giorno accada qualcosa di simile. Amore tormentato? Sarebbe bello non fosse tale ma è l’unico di cui riesco a scrivere. Quindi questa sarà una storia senza lieto fine. Si potrà credere verso la fine che qualcosa cambierà ma non ci sarà la lacrima di gioia forse non ci sarà nemmeno una lacrima. Rimarrà un’illusione, un sogno durato una notte che ancora non finisce, il sole non sorge ancora.
Personaggi in cerca di una storia da raccontare.
Dopo quello che sembra un minuto ad occhi chiusi gli occhi si riaprono, la luce fa male. Non ci sono più abituato eppure ho chiuso gli occhi un attimo. Vedo alcune sagome sopra di me, si vedono solo i contorni non capisco chi possa essere, ad un tratto le tende si chiudono ed è penombra, gli occhi riescono a capire che quelle sagome sono persone, faticosamente metto a fuoco. Sono volti che dovrebbero essermi familiare, o almeno credo sia così, non capisco perché sono tutti sopra di me chi piangendo, chi ridendo chi entrambe le cose. Li guardo, non li riconosco.
Solo un volto sembra familiare.
Mi accarezzano, ad alcuni cadono lacrime sul mio volto. Una lacrima mi tocca le labbra e la assaporo. In quel momento qualcosa torna alla mia mente.
«Conosco questo sapore. Ti ho già vista, era un sogno credo. Sentivo le tue mani sul mio volto, sentivo la tua voce e il sapore delle tue lacrime sulle mie labbra. Chi sei? Ti conosco.»
La voce era flebile e rotta dopo tutto il tempo stato in silenzio. Dormendo per lunghi anni. Nella testa la frase era fluida ma le corde vocali non erano più abituate a parlare. Con fatica sono riuscito a dire quelle parole.
Mi stringe la mano, troppo forte per come sono ridotto. Fa male più la testa e le immagini che scorrono veloci di quei occhi insieme a me della stretta forte e dolce sulla mia mano.
«Stavo sognando o sei reale? Ti conosco, ti ho amata e tu amavi me. Erano solo sogni? Chi sei?»
Si fanno delle scelte nella vita che possono risultare sbagliate in un primo momento per poi evolversi in una grande cazzata e quindi essere definite completamente sbagliate, succede. Alle volte queste decisioni sembrano sbagliate e magari in seguito diventano giuste ma non si può sapere, bisogna pazientare e aspettare per vedere cosa diventeranno. Non rimpiangere cosa si è scelto è la parte più complicata. Sperare che quello che si è scelto risulti la cosa migliore è l’unica soluzione e modo per potersi alzare la mattina e non piangere per essere andati via da quello che si amava…anche se alla fine era tutto nella testa…o forse era la paura che bloccava ogni tentativo di poter assaporare una realtà che era tale solo nel sogno. Dopotutto è più facile sognare un futuro insieme piuttosto che tentare. Il terrore di sentire un no o peggio ancora un lungo discorso sul bene, l’amicizia, il sentire che si è parte di «me» è ancora peggio di un no. Si sogna, si aspetta, si limonano altre persone, si toccano altri seni e si aspetta. Non so se esista un destino, ma se così fosse prima o poi quei due sentieri si incroceranno per non abbandonarsi mai più.
Venerdì
«Cosa stai facendo?»
La sua voce spezzò quel raro momento di intimità e la fece svanire, era quasi l’alba di un giorno uguale al precedente.
«Niente…mi ero svegliato e mi grattavo»
«torna a dormire, o alzati a fare la colazione. Prenditela comoda, è presto e voglio dormire almeno un’altra ora»
«Va bene. Vuoi dei cereali?»
«quello che vuoi. Basta che ci sia della caffeina. Ora lasciami dormire e vatti a grattare le palle da un’altra parte se proprio devi rimanere sveglio».
Ogni mattina cercava di masturbarsi silenziosamente struscandosi su di lei nel letto mentre dormiva ancora, era la cosa più vicina al sesso che poteva permettersi.
Non ci riusciva mai.
Si alzava, metteva su il caffè, si sedeva sul divano e iniziava a menarselo davanti alla televendita degli attrezzi per la ginnastica. Tapiroulant sensuali correvano veloci. Seni sodi immobili durante la corsa. Attrezzi che aiutavano a fare gli addominali mettendosi a pecorina.
Non riusciva a capire come poteva essere possibile ma ringraziava l’ingegnere che aveva inventato quell’attrezzo. Immaginava di tornare a casa e trovare sua moglie in quella posizione, sudata e con la tuta aderente che lasciava vedere la sua fica, bagnata dal sudore e dall’eccitazione di esibirsi in quella posa provocante.
Pensava di trovare la porta aperta, si immaginava come uno sconosciuto che trova la porta aperta ed entra per assicurarsi che fosse tutto a posto. Un bravo vicino premuroso e gentile.
Si sarebbe divertito.
La realtà era la TV accesa senza volume con in sottofondo il suono, pigro, delle sue mani che giocavano col suo sesso.
Ogni mattina.
La caffettiera che bolliva coincideva con la fine del suo divertimento e con la fine delle trasmissioni.
Si vergognava, non voleva che sua moglie scoprisse il suo piccolo segreto, dopo ave sborrato in un fazzoletto cambiava canale due volte in modo che se si fosse premuto il pulsante del canale precedente non ci sarebbe stato nulla di strano.
Sport e cinema. Come ogni mattina.
Le portava la colazione a letto, caffè con qualche biscotto in piatto ed un fiore appena colto.
«Aspetta per la doccia, fammi compagnia»
Ogni mattina lasciava sul comodino la colazione, le accarezzava i capelli, non avevano perso luce e vigore nonostante gli anni, si avvicinava e le dava un bacio sulla guancia, respirando il suo profumo.
La amava, lo aveva sempre fatto ma forse era diventata un’abitudine. Il suo cuore non palpitava più come prima quando la vedeva. Aveva una certezza nella vita, forse l’unica, che sua moglie era lì. Ogni mattina aprendo gli occhi l’avrebbe vista dormire.
L’amava, in qualche modo il suo cuore batteva ancora per lei, ormai erano simbiotici. Arrivò ad amare anche i momenti che passava masturbandosi sul divano mentre usciva il caffè, solo per vedere i suoi occhi. Immaginava non ci fossero distanze e caffettiere tra loro. Il bacio che le dava quando le portava la colazione era lo stesso che le avrebbe dato dopo aver fatto l’amore. Come se non si fosse mai alzato.
La voleva, qualche volta provava a farla eccitare. Le leccava, i lobi delle orecchie. Lei espirava sempre con più foga ma quando iniziava a indurirsi l’uccello lo scansava. Chiedeva scusa e lo baciava, sussurrava tra un bacio e l’altro – ti amo – chiudeva gli occhi e si voltava stringendogli la mano. Forte come se avesse avuto timore che potesse scappare.. Una volta soddisfaceva oralmente i suoi desideri qualche volta, oramai era solo sesso davanti ad una televendita.
«Va bene» le strinse la mano e la guardò negli occhi.
Sorrisero ed erano di nuovo giovani ed innamorati
Non dissero una parola, lei bevve il suo caffè sdraiata nel letto e mangiò i suoi biscotti, sorridendo ogni volta che un pezzo le sfuggiva dalla bocca. Lui la guardava, le sorrideva e ricordava le stesse identiche scene che lo fecero innamorare. Lei venti anni più giovane nella sua stanza e lui seduto accanto a lei a farle compagnia mentre si svegliava. Ogni volta arrivava tardi a lavoro ma era felice.
Adesso non aveva problemi di orario e avrebbe potuto stare accanto a lei ogni mattina a tenerle la mano mentre si svegliava.
L’abitudine aveva reso quel gesto quotidiano e la quotidianità l’aveva reso raro.
I loro cuori avevano rallentato i battiti in tutti quegli anni.
«Devo andare a farmi la doccia, sto facendo tardi» la baciò sulla fronte mentre lei continuava a masticare contenta e si alzò per andare al bagno.
Il tempo aveva vinto, arrivare in qualsiasi luogo in ritardo era diventato inaccettabile, prima era inaccettabile lasciarla ora era doveroso.
Avevano delle casse al bagno anni prima a cui collegavano ogni sorta di riproduttore musicale per sentire sempre qualcosa di diverso mentre erano sotto la doccia. Gli amplificatori erano stati sostituiti da una radio FM cristallizzata sempre sulla stessa frequenza che dava sempre gli stessi pezzi. Mantenevano i loro sogni e le loro curiosità ma quel tempio sacro che era il bagno dove scoprivano la musica dell’altro, si conformava al loro rapporto.
Senza alti, senza bassi, senza nuove melodie. Gli stessi suoni famigliari come il volto che vedevano appena svegli.
«Stasera dovrei tornare più tardi a casa, le colleghe mi hanno invitate ad un aperitivo per sole signore»
«bene, ti aspetto a casa. Forse mi faccio una birra prima di tornare»
«non bere troppo»
«tranquilla, giusto una birra se dovessi farlo».
Cercava di non bere più prima di tornare a casa, aveva iniziato con una birra ed era finito col tornare sbronzo qualche ora dopo barcollando e senza aver mangiato.
Una sera rientrò a casa ubriaco e vide la tavola apparecchiata le candele sulla tavola ormai alla fine, le luci soffuse e sua moglie vestita e truccata come non l’aveva mai vista. Era il loro anniversario e lui l’aveva dimenticato in fondo al bicchiere, o sulle cosce di una ragazza di dieci anni più giovani di lui. Non ricordava con precisione dove avesse perso la memoria.
Litigarono tutta la notte, a metà discussione riprese possesso delle sue facoltà e dovettero ricominciare a litigare perché non ricordava quello che si fossero detti fino a quel momento. Non trovava il filo.
Finirono a letto, stremati e scoparono come non avevano mai fatto. Da quella notte cercava di non superare mai il limite prima di cena. Aveva avuto paura che quella potesse essere la loro ultima notte.
La fortuna volle che non lo fosse.
Il coraggio di sua moglie fu l’artefice di tutto ma a lui piaceva pensare che ci fosse anche un pizzico di suo merito, quindi fortuna.
Presero un altro caffè in cucina, uno davanti all’altro. Fissavano il liquido nella tazza e meditavano sui cerchi che si formavano quando il loro soffio entrava in contatto con il liquido. Pensavano.
«Senti se stasera non faccio tardi ti andrebbe di andare al cinema o da qualunque parte?»
«va bene. Ti aspetto a casa e appena sei arrivata usciamo»
«per fare qualcosa insieme. Ti va?»
«certo»
«se arrivo troppo tardi o non ti va di uscire andiamoci domani»
«sei già sicura che arriverai tardi?»
«no, lo dicevo per ricordartelo ancora senza che passi troppo tempo prima che tu te ne dimentichi»
«va bene, ti aspetto ed usciamo»
«sicuro ti vada?»
«certo»
«allora aspettami e usciamo, se è tardi per un film ci andiamo a prendere una birra»
«meglio» sorrise
«una sola!»
«va bene, una sola….grande»
«stupido»
«tu»
Si guardarono negli occhi e sorrisero.
Posarono le tazze nel lavandino e si baciarono sulla porta prima di andare a lavorare.
Aspettò fino alle due di notte.
Alle dieci uscì per andare a comprare del gin. La camicia era stropicciata dopo le ore passate tra divano e letto. Aveva finito la bottiglia verso mezzanotte. La chiamò sul cellulare ma non rispose. Andò a prendere un’altra bottiglia in cantina. C’era del vino e del rum. Scelse il rum e lo bevve fino all’ultima goccia. Era ubriaco dopo il gin e l’ultima bottiglia lo rese violento. Lanciò le sedie della cucina contro il il frigorifero fino a romperle tutte, le poltrone erano squarciate. Tagli profondi in ogni parte, aveva esorcizzato la sua voglia di tagliare e vedere del sangue sfondando le poltrone e graffiandosi le braccia. Il sangue gocciolava sul tappeto. Ebbe paura di perdere conoscenza. Si fece un panino mentre col rum si disinfettava.
Era seduto su quello che rimaneva del salone con il sangue rappreso sulla camicia.
Sentì aprire la porta verso le tre. Era stanco ed ubriaco.
Litigarono ed urlarono. Si sentirono stanchi dopo poco.
Si misero a letto.
L’alba del sabato stava sorgendo, di nuovo.
E QUESTO COS’È?
Vi siete mai svegliati con la sensazione che tutto quello intorno a voi sia fuori posto? Non intendo quella malinconica sensazione di essere al di fuori della propria età ma piuttosto quel vuoto dentro lo stomaco che vi ricorda che qualcosa è andato perso. Vi siete mai svegliati con una domanda a cui non sapete dare una risposta?
Del tipo «dove ho lasciato la macchina?» o un più filosofico «dove cazzo mi trovo stamattina?»
Questo genere di domanda. L’avete mai avuta?
Stamattina era questo quello che sentivo, non la solita sensazione di aver perso i migliori anni dietro a sogni irrealizzati ma piuttosto che qualcosa di reale e tangibile non fosse più al suo solito posto. Non avrei potuto dire se fosse qualcosa di inanimato come potrebbe essere l’ennesimo accendino perso o, piuttosto, una persona vicina che improvvisamente se ne fosse andata. Era troppo presto per rendersene conto ed ancora non avevo dato risposta al «dove sono?».
È bastato aprire le serrande per ricordarmi che ero riuscita a tornare a casa da sola, ogni volta che raggiungo questo traguardo mi compiaccio. Guardandomi allo specchio mi rendo conto che ogni volta che ho questo pensiero sorrido; non cerco nessuna rivalsa verso nessuno quando mi trovo nel letto qualcuno conosciuto la sera prima.
Non cerco né vendetta né compiacimento. Ho voglia di sesso e l’unica cosa che mi innervosisce in tutto questo è aver bisogno di rendere la mia testa ed i miei pensieri più leggeri. Far volare via quello che penso è come far volare via il mio essere.
Non sono di certo la preda più ambita nel buffet del sesso, da qualsiasi lato mi si guardi sono piacevole, bella ed alle volte irraggiungibile, il che aumenta il fascino e la voglia di portarmisi a letto. Lo penso ogni volta che mi guardo allo specchio prima di uscire. Non perdo molto tempo davanti lo specchio a truccarmi, lo perdo a guardarmi. Mi piaccio. Mi farei e mi faccio tutti i giorni. Non sarò una bellezza da copertina ma ho un culo che fa voltare ogni persona oltre a questi occhi che mi fanno pensare «Ciao bella, dove vai?» ogni volta che mi saluto prima di uscire di casa.
E quindi eccomi qui a casa mia, in slip e senza reggiseno seduta sul bordo del letto a chiedermi quale sia l’ultimo ricordo dopo essere arrivata al bar ed aver salutato tutti.
Una birra piccola, la Mari che mi chiede del tipo che ho conosciuto sabato. Battute sul suo cazzo, sorrisi abbracci e un brindisi al funghetto che ha avuto la fortuna di vedermi nuda.
Quindi, cicchetto di vodka e fuori a fumare. Non ero in forma per essere lunedì, avevo passato tutta la domenica sul divano con i postumi del sabato sera e le schizzatine secche sulle tette di come si chiama. Ho trovato il coraggio di farmi una doccia solamente nel primo pomeriggio nonostante essermi alzata ed aver cacciato cazzetto alle dieci del mattino. Una martedì di mal di testa ed insonnia.
La risposta a cosa è questa sensazione si manifesta in un reflusso gastro esofageo che mi costringe a stare seduta davanti alla tazza del water per venti minuti, o nella mia testa ore, in cui sono stata costretta a fare i conti con: il mio stile di vita commisurato all’età, la mia età commisurata al mio stile di vita, ragionamenti ai quali non si arriva mai allo stesso risultato anzi in molti casi uno esclude o confuta l’altro, il bisogno del mio fisico ad una dieta più equilibrata soprattutto per quanto riguarda la scelta dei liquidi. Ho provato a fare questo discorso con le mie amiche cercando spalle che mi avessero sorretto nella scalata alla sobrietà, ho trovato solo battute ed battute più o meno velate su quello che avrei dovuto ingoiare. Ci vogliamo bene e nonostante tutte queste parole fibre, vitamine e proteine non mancano mai sulla mia tavola, mi vanto di essere un’ottima cuoca (vedi culo da sturbo), ma soprattutto la lotta con la mia memoria nel ricordare come sono tornata a casa, cosa ho fatto a casa e soprattutto cos’è che non c’è.
Cos’è questa zona buia fatta di strazio che mi attanaglia da stamattina?
Al terzo conato ricordo che prima di tornare a casa mi sono bevuta un ultima vodka (la quinta credo), due tiri di Amnesia e dritta a letto. Questo è l’ultimo pensiero «dritta a letto».
È quello che ho fatto evidentemente. Con tutta probabilità zigzagando sono arrivata fino a casa. Venti minuti a piedi in situazioni normali. Quindici o quarantacinque a seconda delle assunzioni serali.
Ho scritto a qualcuno? Mi riprometto di controllare il telefono appena potrò alzarmi da terra e riuscirò a guardare in alto o in basso senza vomitare.
Non posso più sbronzarmi così. Non posso stare seduta davanti alla tazza del mio cesso a ripensare a cosa potrei o non potrei aver fatto la sera prima, non posso continuare ad andare avanti così. Ogni volta che faccio questi ragionamenti mi attanaglia la rabbia. Penso a quello che potrebbe pensare la mia famiglia ed il pensiero è verso a tutto quello che voglio io non quello che potrebbero pensare, volere, immaginare, desiderare per me perché so che ‘me’ in realtà è ‘io’ e non riferito a questo bel faccino su questo bel corpicino ma è piuttosto un «io se fossi tu avrei voluto…», «fossi stata così carina adesso sarei…», «la tua testa è sprecata sul tuo corpo. Al posto tuo sarei…».
La rabbia sale e penso sempre che non sarete mai neanche se lo voleste con tutto il cuore come me.
Ed ecco il sesto conato di vomito in cui rivedo la galletta di riso trovata in bagno accanto alla spazzola e l’odio, uniti in quello che ricorda un pentagono di uno splendido color grano e scaricato vortica velocemente verso le fogne della città.
Non è questo. Quella rabbia ce l’ho, è sempre stata con me e continua a starmi accanto. L’ho sentita tenermi la mano prima di addormentarmi alle volte, è sempre qui. Non l’ho persa.
Il più delle volte cerco di calmarmi pensando che quello che sono e quello che ho intorno non è la semplice e facile realtà è qualcosa di più grande a cui devo in qualche modo abituarmi a vivere. Penso che vivo per qualcosa di più grande della mia stessa vita, penso che la mia vita sia eterna e che questo è solo un passo verso il vero compimento del mio essere. Qualunque esso sia.
Alle volte penso di sapere già come andrà a finire, ho la sensazione che le mie azioni siano state già compiute e posso percepirne l’infinito ed in quel momento mi rendo conto che posso passare attraverso quello spazio e quel tempo cambiandone il corso semplicemente facendo un altro gesto o più drasticamente un’altra scelta.
Tante situazioni così famigliari, tanti volti e tante voci in qualche caso non sono solamente parte della mia crescita. Sono qualcosa o qualcuno di cui già conosco la forma e la vibrazione, una profonda convinzione e consapevolezza di non essere un’onda nello spazio ma un nodo.
Non sono qui da tanto tempo eppure sono qui da sempre. Molto di quello che vedo mi sembra di averlo già vissuto in un altro tempo alle volte ma in molti casi uguale a come l’ho già vissuto. In quei momenti penso che sto sbagliando. Un deja-vù è un bellissimo errore, mi fa sentire come se stessi continuando ad avvolgermi in questo nodo su cui non ho controllo. Sento il bisogno di districarlo e la paura di scoprire che anche qualcun altro riesce a fare quello che riesco fare e sale la paura di poter scoprire che in realtà solamente io posso legare lo spazio ed il tempo.
Ed ecco le vodke insieme al settimo conato di vomito, e sento di nuovo salire il buon senso in me, oltre che la piena coscienza di me.
Riesco ad alzarmi in piedi, il mio volto è ricoperto di lacrime dovuto allo sforzo, respiro con affanno dalla bocca. Mi appoggio al lavandino, testa bassa a sputare mentre l’acqua del lavandino scorre. Avvicino le labbra all’acqua, tiro fuori la lingua e la lascio lì. L’acqua scorre fino a gelare le mie papille gustative, ne prendo un sorso e mi sciacquo la bocca, sputo e mi guardo allo specchio. Ho gli occhi rossi per lo sforzo e non riesco a calmarmi. Mi sciacquo i polsi e mentre fisso i miei occhio comincio a piangere, lavo via le lacrime con sapone contro le impurità e acqua tiepida. Respiro, poggio i polsi sul lavabo e avvicino il viso all’immagine nello specchio.
«Ci conosciamo noi due?»
lo dico ad alta voce e mi scappa da ridere.
Ripenso al viaggio che ho fatto per riuscire ad alzarmi da terra e raggiungere il lavandino e rido perché ripenso a qualcosa che mi ha attraversato la mente dopo la prima vomitata ovvero che avrei dovuto lavare i pavimenti. Lo avrei dovuto fare il prima possibile perché mi porto a casa gente che anche se scopa da dio non riesce a non fare un merdaio quando va a pisciare. Scema io che sto lì ad aspettarli toccandomi le labbra.
Rido e guardo dietro di me verso il water e penso che dopotutto ho avuto serate e pavimenti peggiori.
«Ridi perché ti sei ricordata che ci siamo già conosciuti o perché è effettivamente la stessa situazione, lo stesso momento e la stessa emozione che provi in questo momento quella che hai avuto tutte le volte che ci siamo presentati?»
È gennaio, la finestra è aperta a vasistas, sono le undici del mattino è un martedì nuvoloso per quanto sia riuscita a vedere, ho bevuto, ho fumato. Non più del solito né meno. Con più razionalità si. Ho cenato prima di uscire ma evidentemente non ha avuto effetto. Non sono stata in un luogo sconosciuto in cui avrebbero potuto servirmi cocktail con ripnol, non ho mai avuto la sfortuna di esserne vittima ma credo che me ne accorgerei la mattina dopo. Oppure no ed è proprio quello che è successo.
Ferma calma. Non hai sentito nessuna voce che diceva qualcosa riguardo voi. Te lo sei inventata, sorrido non ho il coraggio di guardare lo specchio. Quello che avevo o non sentito veniva da lì. Rimasi per qualche secondo tesa con i polsi bel piantati sul bordo del lavandino e la schiena tesa come la testa di un arpione il mento era quasi appoggiato allo sterno e gli occhi guardano lo scarico del lavabo.
Sorrido di nuovo e penso che sia il momento di farmi un doccia e lavare via tutti questi pensieri e porre fine a questa sbronza. Ho bisogno di fare colazione, ho voglia di…
«uova strapazzate e un bel toast. Hai del bacon al posto del toast? Mi accontento ma visto il tuo fisico non credo che abbia in frigo del burro. Il pane scaldato l’ho sempre amato ma quello che lo rende veramente unico è un sottile strato di burro che si scioglie naturalmente sulla fetta calda. Devi saper aspettare e a giudicare dal tuo sguardo è la ciliegia la marmellata che troverei nella tua dispensa. Una volta ti piaceva quella di arance, potrebbe piacerti, pensaci.»
Sono una statua di sale, non so se sgretolarmi e farla finita o accettare che potrebbe realmente essere vero quello che sta accadendo dentro questo bagno.
Non sono riuscita a muovere un muscolo, questa voce è vera ed è davanti a me e mi conosce. Non riesco ad alzare gli occhi allo specchio e ringrazio l’apprendista parrucchiera per avermi fatto questa frangetta troppo lunga.
Cerco di muovere gli occhi per vedere intorno se è ancora il mio bagno o se sono finita in una storia troppo strana per essere creduta. Penso che questi in realtà siano quegli eterni secondi che ci separano dalla vita alla morte, quelli in cui poter trovare risposte, strade e la coscienza. Nel mio caso un embolo in bagno dopo un lunedì sera senza infamia e senza lode.
«Alza lo sguardo, non è nulla di grave non stai morendo, anche se fosse non cambierebbe il fatto che io e te ci siamo sempre conosciuti e sempre lo faremo. Nessun cambiamento della tua forma fisica o mentale potrà cambiare il fatto che io e te in questo momento saremo qui.»
Sputo, apro il miscelatore dell’acqua e riesco a sciacquarmi il viso, sono sicura. È la mi immaginazione il suono di questa voce è così simile alla mia, seppur strano è solamente il mio io che mi parla. Tutto intorno a me è uguale nulla è cambiato non ho il coraggio di controllare ma so che è così. Non ho più caldo, non ho più freddo e le pareti non grondano sangue. Se c’è una cosa che ho imparato dalla forma del mio culo sul divano è che quando succedono eventi del genere c’è una variazione nell’ambiente circostante.
«Niente di più falso. Ci sei tu e ci sono io in mezzo a quest’intreccio e non solo noi. Tutto quello che ti circonda sei tu che puoi modificarlo. Non sempre, sia chiaro non hai questa facoltà solamente quando si manifestano situazioni come questa durante le quali è effettivamente possibile fare in modo che le pareti sanguinino o quello che succede in quello che loro definiscono miracoli. Non hai ancora chiaro il concetto di noi e loro, dopo tutto questo tempo ancora non riesci ricordare quello che sei e quello che hai fatto, sai solo pensare a quello che vogliono che tu faccia senza pensare a quello che realmente conta. Cosa vuoi tu? Perché continuo ad illudermi che prima o poi capirai quello che valgono i tuoi pensieri? Non sono così cattivo da smettere di amarti ma il tempo sta per finire e tu hai bisogno di qualcosa che ti ricordi perché continui ad essere. Non sono neanche così sciocco da fare qualcosa che potrebbe ritorcermisi contro. Volevi i muri di sangue e questo avrai».
Il mio ultimo ricordo è il terrore che il suono di quella che potevo finalmente definire la mia voce risuonasse sempre più forte dentro le mura del bagno. Ero atterrita non sono riuscita ad alzare lo sguardo neanche una volta ho ascoltato ogni parola diventare sempre più forte e vera nella mia mente.
Fa freddo e qualcosa ticchetta dentro la vasca da bagno, la parete è rossa e gronda.
Svengo.
Manigesto
In conseguenza dei numerosi atti volti a destabilizzare e incalanare ogni principio morale, e verso una deriva politica totalitarista e verso un’uniformità d’idee; pericolose nel quadro politico nazionale ed europeo, il nostro movimento ha creazione, attuazione e compimento.
La destabilizzazione è una costante grazie alla quale tutto può accadere, l’impossibile nasce nella possibilità, così come l’ordine ha origine dal caos anche il caos ha origine dall’ordine, la difficoltà è nel riconoscere la vera realtà. È questo l’unico fatto assodato per il quale, ora, il totalitarismo sta sbocciando. L’idea di ordine in quadro politico nazionale e sovranazionale può avere compimento solamente grazie a quello cui siamo sempre stati consci e consapevoli, ovvero che il caos è ora e l’ordine ritornerà. Accentrare tutto il potere nelle mani di uno, tre o un consiglio di ministri delega tutte le responsabilità a quell’unica carica rendendola portatrice do ordine il quale verrà ben presto definito caos per il semplice fatto che l’ordine in cui crediamo di vivere non è ancora nato. Siamo in un loop che ci porta ad essere come un seme che nasce e quando l’ultimo sforzo è spostare quei pochi granelli di terra che lo dividono dal sole noi, a differenza di quel seme, non germiniamo e non vedremo mai la luce. Torneremo sotto terra e tornati in profondità cerchiamo di nuovo di germinare, non riuscendoci mai. Il momento in cui sentiamo che la terra sopra la nostra testa sta per schiudersi, e solo e sempre quello, viene preso come la vera nascita di un nuovo mondo ed ogni volta che sentiamo il calore del sole, quel momento viene respinto e fatto scivolare verso il basso con ogni tipo di scusa, con ogni forma di paura, con ogni valido motivo, usato solo per impedire all’umanità di riconoscersi. Vedetevi come il seme di un gigantesco albero che vive e prospera e cresce grazie all’iterazione di ogni sua parte che indipendente lavora affinché l’intero organismo continui a crescere. Quel seme è un’intera nazione. Quel seme viene piantato da un agricoltore non particolarmente interessato alla crescita di questa bellissima pianta, il mantenere interrato quel seme fa si che il suo campo cresca rigoglioso per i suoi interessi, ignaro oppure no, che la crescita di quella pianta favorirebbe il benessere anche del resto del campo e degli interessi dello stesso agricoltore, in cambio chiede solo una parte della terra per far crescere la sua chioma e parte del nutrimento dell’uno. Per questo motivo quel seme ogni volta che cercherà di uscire fuori dalla terra per cominciare il suo, reale, compimento verrà ricoperto da altra terra da mani sempre diverse ma sempre uguali. La scusa sarà sempre la stessa ovvero che un albero così grande è capace di coprire un intero campo e comprometterebbe l’equilibrio definito ordine naturale delle cose.
E pensiamo ogni volta che questa storia sia vera.
Vera è la paura di far nascere qualcosa che non è mai nato e neanche ancora immaginato, spaventosa anche l’idea di costringere a questa scelta chi fino ad oggi non ha mai voluto fare in modo che accadesse qualcosa che solo intuendola è meravigliosa. Abbiamo i pezzi di un puzzle di cui non conosciamo ancora l’immagine completa, la possiamo intuire trovando qualche pezzo che combacia, la possiamo immaginare e sperare che quello che è dentro la nostra testa diventi il puzzle completo.
E quell’intuizione è meravigliosa.
Da qui dobbiamo partire, dalla convinzione che ogni concetto affrontato non è necessariamente vero o falso. Ciò che è giusto oggi o centinaia di anni fa può continuare ad esserlo ma darlo per assodato non lo rende necessariamente giusto lo rende solo reale, lo stesso vale per le convinzioni sbagliate. Partiamo sempre dal considerare lo sbagliato immutabilmente scorretto senza riflettere prima su cosa nel vero ci può essere di errato. Affrontare questa spiacevole resa dei conti è fondamentale per fare in modo che, nel momento creativo, quando facciamo la resa dei conti con ciò che definiamo male sappiamo per certo che le basi, sulle quali combattiamo la nostra battaglia, sono riparate e migliorate sono libere da ogni precedente contaminazione. Questa è la parte più spaventosa, l’ammettere che il bene che pensiamo non è altro che strati di amore ed odio ricoperti da un sottile strato di rispetto ed ogni volta che intraprendiamo questa strada, invece di ricominciare dall’impasto, noi lo stratifichiamo e di nuovo ricopriamo.
– Et voilà lo stesso cupcake ma di un altro colore e con uno strato in più! Più ce ne sono meglio è! –
Questo è un manifesto di volontà.
La volontà di creare quello per cui siamo destinati ad essere come umanità.
Il bisogno di creazione per salvaguardare la speranza di ogni singolo uomo ed ogni collettività.
La necessità di spingere l’umanità a fare appello al proprio istinto di sopravvivenza ed alla propria ragione è il nodo più spinoso. Perché migliaia di persone dovrebbe fare i conti con le proprie idee? Perché dovrebbero essere portati anche a ridefinirle con il rischio di capovolgere completamente la loro vita?
Con le stesse domande rispondo e chiedo: perché cerchiamo sempre qualcosa di nuovo? Perché cerchiamo costantemente il conforto? Perché la nostra vita è volta a rendere la nostra vita il migliore possibile?
La paura dell’unità. Intesa come concetto ampio, assimilabile a tutta la specie umana è questa la sola risposta. La paura che tutto questo possa essere vero. Da qui nasce la speranza che la paura non faccia di nuovo sparire quello che tornerà, e sempre cercherà di farlo, ed accettarlo non con timore ma con rispetto perché tutto quello che è necessario non sarà per far nascere qualcosa di diverso ma sempre uguale è la volontà di dare libero sfogo a quello che si prospetta essere un cambiamento radicale, sociale e personale ma necessario a liberare dalle catene del loop e trovare un’identità tutta nuova e finalmente cosciente.
Nota bene:
Ho perso la lucidità
nella sobrietà…
Ora
solo nella mente e forse
con costanza
anche nel corpo.
Porto il mio peso,
sempre,
sulla sinistra e
senza farci caso
poggio la testa
sulla spalla, e penso.
Mi compiaccio;
che alcune frasi giungano al punto.
Ginco (pt.1)
La realtà alle volte può nascondersi tra le righe di un racconto e può succedere, talvolta, che sia la quotidianità ad aiutare a creare una nuova realtà dai contorni netti e definiti fatti di caratteri e finto inchiostro.
Quello che segue è un racconto dove il finale non è ancora stato scritto, la trama si sta compiendo sotto i vostri occhi nascosta a chi non sa cercarla.
Pioveva il giorno in cui incontrai, per caso o per destino, questo caso e la stessa pioggia cade oggi: il giorno in cui questa storia finirà. Il cielo è grigio e basso, a differenza di quel giorno oggi fa freddo. Stanotte forse questa pioggia gelerà fino a diventare neve e ricoprirà di bianco la città come i corpi esanimi davanti ai miei occhi, spettatori di questa strana storia.
L’estate scivolava lenta , oltre i soliti venditori di fumo non c’era nulla a farci eccitare un po’ solamente afa e birre calde. Passavo le giornate a trascinarmi tra la veranda ed il congelatore. Avevo preso la buona abitudine di iniziare a farmi i ghiaccioli per conto mio. Una bottiglia di vodka mi durava il doppio del tempo.
Poche persone venivano a chiedermi aiuto e quelle poche erano per lo più indagini da poco conto, se così si possono definire tradimenti coniugali e non, animali scomparsi e persone affette da manie di persecuzione. Sono stato cacciato dalla Polizia con disonore, non ho più il distintivo e lo stipendio. Le manette e la pistola l’ho tenuta senza dirglielo a quelli della commissione interna.
Quella sana adrenalina che scende attraverso il corpo e che ti fa dire – Cazzo! Amo il mio lavoro! – la conoscete? È questa la sensazione che cercavo ogni giorno vissuto in questa città ma oggi non c’è niente. La piacevole sensazione di riuscire a fare la differenza e rendere più sicuro e migliore questo posto oggi sembra svanita lasciando spazio all’arrendevolezza.
Sono un investigatore, o meglio ero, a cui piacciono i supereroi e la pizza fredda. I che casi che seguivo li studiavo, mi immedesimavo, vivevo gli indiziati e le loro vittime. Pensavo come il mio obbiettivo, diventavo il mio obbiettivo. Tanto da diventare indesiderato tra le Forze dell’Ordine. Oggi mi è rimasta solamente la rabbia per essermi arreso ai ghiaccioli fatti in casa e non essere riuscito a rendere migliore questo posto. Ho due collaboratori, il classico pacchetto base che ogni onesto lavoratore nel mio campo ha: l’informatico e la lingua lunga. Le uniche due persone che mi sono rimaste vicine dopo aver cercato di far cadere il capo della Polizia ma la corruzione ha braccia lunghe ed il suo abbraccio è più forte di quello di una madre.
Se avete visto Dick Tracy allora potete immaginare come sono e chi sono stati i miei compagni. Sono un free-lance della Giustizia, collaboro ancora con i piedipiatti dal mio ufficio da casa di mia figlia. È qui che vivo e lavoro, fumo almeno un pacchetto di sigarette ogni giorno. Nonostante l’odio devo mandare avanti tutto questo e risparmiare per mandare mia nipote il più lontano dalla città e da me, il futuro di Tania deve essere migliore del mio e dei suoi genitori. Sono il suo tutore legale e queste quattro mura sono le uniche cose che le hanno lasciato.
Tutte le volte che mia nipote organizza un pigiama party mi siedo a fumare e lavorare sulla veranda. Ne organizza molti oggi per fortuna è fuori e la casa è silenziosa stanotte.
Fumo e bevo il primo ed ultimo bicchiere della giornata quando nella mia testa sibila un pensiero.
– Quanti giorni sono passati dall’ultimo caso risolto? La città non sta dormendo, quando è silenziosa è più pericolosa , cosa sta nascondendo? Cosa vuole? Chi vuole? –
Entrai in casa, seduto sul divano presi la cornetta del telefono e chiamai lingua lunga.
«Pronto?»
«Puoi parlare?»
«Sei ancora tu? Non sono uno che si dimentica facilmente le cosa, credi di parlare con un vecchio a caso?Ho 83 anni ma ancora ricordo tutto. Noi due ci siamo già sentiti 30 giorni fa e come ti dissi allora togli il mio numero dalla tua dannata lista di telemarketing e vai a farti fottere»
Click.
Le nostre telefonate cominciano così molto spesso, la mia cara lingua lunga non vuole che si sappia quale sia il suo vero gioco o desiderio, le si insinua silenziosa, striscia e si arrampica e poi stringe e serra le labbra in quello che potrebbe essere la più bella od atroce fine mai provata.
Il circolo bocce che frequentava era diventato il suo paradiso, un luogo pieno di uomini soli come lui e ben disposti a farsi fare una sega da un piacente ultra ottantenne.
Ogni volta mi domando se abbia qualcosa per le mani quando mi risponde al telefono. La domanda a cui non troverò mai risposta è perché ogni volta deve inventarsi una storia, diversa e sempre simile, su venditori telefonici che lo molestano.
La mia pulce nella rete è mia nipote Tania. Dorme dalla sua migliore amica stasera.
Faccio il suo numero. Squilla.
«Nonno?! È successo qualcosa?»
Sta dormendo e l’ho svegliata lo sento dalla sua voce assonnata e preoccupata.
Imposto la voce gutturale e profonda come quella di Bat-man.
«Tieniti pronta».
Click.