In conseguenza dei numerosi atti volti a destabilizzare e incalanare ogni principio morale, e verso una deriva politica totalitarista e verso un’uniformità d’idee; pericolose nel quadro politico nazionale ed europeo, il nostro movimento ha creazione, attuazione e compimento.
La destabilizzazione è una costante grazie alla quale tutto può accadere, l’impossibile nasce nella possibilità, così come l’ordine ha origine dal caos anche il caos ha origine dall’ordine, la difficoltà è nel riconoscere la vera realtà. È questo l’unico fatto assodato per il quale, ora, il totalitarismo sta sbocciando. L’idea di ordine in quadro politico nazionale e sovranazionale può avere compimento solamente grazie a quello cui siamo sempre stati consci e consapevoli, ovvero che il caos è ora e l’ordine ritornerà. Accentrare tutto il potere nelle mani di uno, tre o un consiglio di ministri delega tutte le responsabilità a quell’unica carica rendendola portatrice do ordine il quale verrà ben presto definito caos per il semplice fatto che l’ordine in cui crediamo di vivere non è ancora nato. Siamo in un loop che ci porta ad essere come un seme che nasce e quando l’ultimo sforzo è spostare quei pochi granelli di terra che lo dividono dal sole noi, a differenza di quel seme, non germiniamo e non vedremo mai la luce. Torneremo sotto terra e tornati in profondità cerchiamo di nuovo di germinare, non riuscendoci mai. Il momento in cui sentiamo che la terra sopra la nostra testa sta per schiudersi, e solo e sempre quello, viene preso come la vera nascita di un nuovo mondo ed ogni volta che sentiamo il calore del sole, quel momento viene respinto e fatto scivolare verso il basso con ogni tipo di scusa, con ogni forma di paura, con ogni valido motivo, usato solo per impedire all’umanità di riconoscersi. Vedetevi come il seme di un gigantesco albero che vive e prospera e cresce grazie all’iterazione di ogni sua parte che indipendente lavora affinché l’intero organismo continui a crescere. Quel seme è un’intera nazione. Quel seme viene piantato da un agricoltore non particolarmente interessato alla crescita di questa bellissima pianta, il mantenere interrato quel seme fa si che il suo campo cresca rigoglioso per i suoi interessi, ignaro oppure no, che la crescita di quella pianta favorirebbe il benessere anche del resto del campo e degli interessi dello stesso agricoltore, in cambio chiede solo una parte della terra per far crescere la sua chioma e parte del nutrimento dell’uno. Per questo motivo quel seme ogni volta che cercherà di uscire fuori dalla terra per cominciare il suo, reale, compimento verrà ricoperto da altra terra da mani sempre diverse ma sempre uguali. La scusa sarà sempre la stessa ovvero che un albero così grande è capace di coprire un intero campo e comprometterebbe l’equilibrio definito ordine naturale delle cose.
E pensiamo ogni volta che questa storia sia vera.
Vera è la paura di far nascere qualcosa che non è mai nato e neanche ancora immaginato, spaventosa anche l’idea di costringere a questa scelta chi fino ad oggi non ha mai voluto fare in modo che accadesse qualcosa che solo intuendola è meravigliosa. Abbiamo i pezzi di un puzzle di cui non conosciamo ancora l’immagine completa, la possiamo intuire trovando qualche pezzo che combacia, la possiamo immaginare e sperare che quello che è dentro la nostra testa diventi il puzzle completo.
E quell’intuizione è meravigliosa.
Da qui dobbiamo partire, dalla convinzione che ogni concetto affrontato non è necessariamente vero o falso. Ciò che è giusto oggi o centinaia di anni fa può continuare ad esserlo ma darlo per assodato non lo rende necessariamente giusto lo rende solo reale, lo stesso vale per le convinzioni sbagliate. Partiamo sempre dal considerare lo sbagliato immutabilmente scorretto senza riflettere prima su cosa nel vero ci può essere di errato. Affrontare questa spiacevole resa dei conti è fondamentale per fare in modo che, nel momento creativo, quando facciamo la resa dei conti con ciò che definiamo male sappiamo per certo che le basi, sulle quali combattiamo la nostra battaglia, sono riparate e migliorate sono libere da ogni precedente contaminazione. Questa è la parte più spaventosa, l’ammettere che il bene che pensiamo non è altro che strati di amore ed odio ricoperti da un sottile strato di rispetto ed ogni volta che intraprendiamo questa strada, invece di ricominciare dall’impasto, noi lo stratifichiamo e di nuovo ricopriamo.
– Et voilà lo stesso cupcake ma di un altro colore e con uno strato in più! Più ce ne sono meglio è! –
Questo è un manifesto di volontà.
La volontà di creare quello per cui siamo destinati ad essere come umanità.
Il bisogno di creazione per salvaguardare la speranza di ogni singolo uomo ed ogni collettività.
La necessità di spingere l’umanità a fare appello al proprio istinto di sopravvivenza ed alla propria ragione è il nodo più spinoso. Perché migliaia di persone dovrebbe fare i conti con le proprie idee? Perché dovrebbero essere portati anche a ridefinirle con il rischio di capovolgere completamente la loro vita?
Con le stesse domande rispondo e chiedo: perché cerchiamo sempre qualcosa di nuovo? Perché cerchiamo costantemente il conforto? Perché la nostra vita è volta a rendere la nostra vita il migliore possibile?
La paura dell’unità. Intesa come concetto ampio, assimilabile a tutta la specie umana è questa la sola risposta. La paura che tutto questo possa essere vero. Da qui nasce la speranza che la paura non faccia di nuovo sparire quello che tornerà, e sempre cercherà di farlo, ed accettarlo non con timore ma con rispetto perché tutto quello che è necessario non sarà per far nascere qualcosa di diverso ma sempre uguale è la volontà di dare libero sfogo a quello che si prospetta essere un cambiamento radicale, sociale e personale ma necessario a liberare dalle catene del loop e trovare un’identità tutta nuova e finalmente cosciente.
Nota bene:
Ho perso la lucidità
nella sobrietà…
Ora
solo nella mente e forse
con costanza
anche nel corpo.
Porto il mio peso,
sempre,
sulla sinistra e
senza farci caso
poggio la testa
sulla spalla, e penso.
Mi compiaccio;
che alcune frasi giungano al punto.
Ginco (pt.1)
La realtà alle volte può nascondersi tra le righe di un racconto e può succedere, talvolta, che sia la quotidianità ad aiutare a creare una nuova realtà dai contorni netti e definiti fatti di caratteri e finto inchiostro.
Quello che segue è un racconto dove il finale non è ancora stato scritto, la trama si sta compiendo sotto i vostri occhi nascosta a chi non sa cercarla.
Pioveva il giorno in cui incontrai, per caso o per destino, questo caso e la stessa pioggia cade oggi: il giorno in cui questa storia finirà. Il cielo è grigio e basso, a differenza di quel giorno oggi fa freddo. Stanotte forse questa pioggia gelerà fino a diventare neve e ricoprirà di bianco la città come i corpi esanimi davanti ai miei occhi, spettatori di questa strana storia.
L’estate scivolava lenta , oltre i soliti venditori di fumo non c’era nulla a farci eccitare un po’ solamente afa e birre calde. Passavo le giornate a trascinarmi tra la veranda ed il congelatore. Avevo preso la buona abitudine di iniziare a farmi i ghiaccioli per conto mio. Una bottiglia di vodka mi durava il doppio del tempo.
Poche persone venivano a chiedermi aiuto e quelle poche erano per lo più indagini da poco conto, se così si possono definire tradimenti coniugali e non, animali scomparsi e persone affette da manie di persecuzione. Sono stato cacciato dalla Polizia con disonore, non ho più il distintivo e lo stipendio. Le manette e la pistola l’ho tenuta senza dirglielo a quelli della commissione interna.
Quella sana adrenalina che scende attraverso il corpo e che ti fa dire – Cazzo! Amo il mio lavoro! – la conoscete? È questa la sensazione che cercavo ogni giorno vissuto in questa città ma oggi non c’è niente. La piacevole sensazione di riuscire a fare la differenza e rendere più sicuro e migliore questo posto oggi sembra svanita lasciando spazio all’arrendevolezza.
Sono un investigatore, o meglio ero, a cui piacciono i supereroi e la pizza fredda. I che casi che seguivo li studiavo, mi immedesimavo, vivevo gli indiziati e le loro vittime. Pensavo come il mio obbiettivo, diventavo il mio obbiettivo. Tanto da diventare indesiderato tra le Forze dell’Ordine. Oggi mi è rimasta solamente la rabbia per essermi arreso ai ghiaccioli fatti in casa e non essere riuscito a rendere migliore questo posto. Ho due collaboratori, il classico pacchetto base che ogni onesto lavoratore nel mio campo ha: l’informatico e la lingua lunga. Le uniche due persone che mi sono rimaste vicine dopo aver cercato di far cadere il capo della Polizia ma la corruzione ha braccia lunghe ed il suo abbraccio è più forte di quello di una madre.
Se avete visto Dick Tracy allora potete immaginare come sono e chi sono stati i miei compagni. Sono un free-lance della Giustizia, collaboro ancora con i piedipiatti dal mio ufficio da casa di mia figlia. È qui che vivo e lavoro, fumo almeno un pacchetto di sigarette ogni giorno. Nonostante l’odio devo mandare avanti tutto questo e risparmiare per mandare mia nipote il più lontano dalla città e da me, il futuro di Tania deve essere migliore del mio e dei suoi genitori. Sono il suo tutore legale e queste quattro mura sono le uniche cose che le hanno lasciato.
Tutte le volte che mia nipote organizza un pigiama party mi siedo a fumare e lavorare sulla veranda. Ne organizza molti oggi per fortuna è fuori e la casa è silenziosa stanotte.
Fumo e bevo il primo ed ultimo bicchiere della giornata quando nella mia testa sibila un pensiero.
– Quanti giorni sono passati dall’ultimo caso risolto? La città non sta dormendo, quando è silenziosa è più pericolosa , cosa sta nascondendo? Cosa vuole? Chi vuole? –
Entrai in casa, seduto sul divano presi la cornetta del telefono e chiamai lingua lunga.
«Pronto?»
«Puoi parlare?»
«Sei ancora tu? Non sono uno che si dimentica facilmente le cosa, credi di parlare con un vecchio a caso?Ho 83 anni ma ancora ricordo tutto. Noi due ci siamo già sentiti 30 giorni fa e come ti dissi allora togli il mio numero dalla tua dannata lista di telemarketing e vai a farti fottere»
Click.
Le nostre telefonate cominciano così molto spesso, la mia cara lingua lunga non vuole che si sappia quale sia il suo vero gioco o desiderio, le si insinua silenziosa, striscia e si arrampica e poi stringe e serra le labbra in quello che potrebbe essere la più bella od atroce fine mai provata.
Il circolo bocce che frequentava era diventato il suo paradiso, un luogo pieno di uomini soli come lui e ben disposti a farsi fare una sega da un piacente ultra ottantenne.
Ogni volta mi domando se abbia qualcosa per le mani quando mi risponde al telefono. La domanda a cui non troverò mai risposta è perché ogni volta deve inventarsi una storia, diversa e sempre simile, su venditori telefonici che lo molestano.
La mia pulce nella rete è mia nipote Tania. Dorme dalla sua migliore amica stasera.
Faccio il suo numero. Squilla.
«Nonno?! È successo qualcosa?»
Sta dormendo e l’ho svegliata lo sento dalla sua voce assonnata e preoccupata.
Imposto la voce gutturale e profonda come quella di Bat-man.
«Tieniti pronta».
Click.